racconti
L’Inganno - Raccolta: Viaggio nella città delle tracce
Viaggio nella città delle tracce restituisce le suggestioni e l'esperienza diretta sui documenti del percorso didattico svolto da sei classi dell'IISS Gallo-Sciascia di Agrigento.
Le classi che hanno partecipato al percorso proposto dall'Archivio di Stato di Agrigento, dal titolo "Ogni banco ha la sua storia. Sui loro passi, il nostro cammino verso gli 80 anni della Repubblica", hanno svolto la loro esperienza di ricerca delle tracce della memoria relative alla storia degli alunni agrari e del Regio istituto industriale e professionale di Girgenti, alla storia dei ragazzi del '99 studenti di quell'istituto e ai primi fenomeni legati alla mafia dei campi. Un filo comune legato alla terra e al territorio di Agrigento.
Attraverso i documenti legati allo storico istituto scolastico, alle memorie militari e ai territori, hanno ricercato le storie invisibili e le vite dimenticate, riportando alla luce importanti testimonianze in occasione dei momenti di restituzione che li hanno visti protagonisti il 3 e il 4 novembre 2025, con riferimento alle memorie militari della prima guerra mondiale, e il 20 marzo 2026, con riferimento alla giornata di commemorazione delle vittime innocenti delle mafie.
La raccolta di racconti “Viaggio nella città delle tracce”, che prende il titolo da uno degli elaborati, è un dialogo con le storie incontrate e vissute profondamente, dove l’immaginazione di studenti e studentesse si fonde con la sensibilità, la cura e il rispetto verso le vite conosciute e recuperate dall’oblio.
Luoghi, persone, eventi, storie e memorie ritornano al presente dimostrando che negli archivi, attraverso studio, ricerca e didattica, quello che non c’è torna ad essere presente nella storia.
CREDITS
ARCHIVIO DI STATO DI AGRIGENTO
L’Inganno
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Mi chiamo Cesare Di Dio, ho 18 anni e siedo all’ultimo banco, e il posto non è casuale, anzi rappresenta la mia vera essenza. In una classe nella quale tutti hanno un sogno, una strada, io non so neanche cosa significa sognare. Rappresento l’inetto, un essere insignificante incapace persino di fare una cosa.
Tutto cominciò quando la professoressa d’italiano propose alla classe un progetto con l’Archivio di Stato: il progetto consisteva in una visita a una mostra sulla prigione di Agrigento e, successivamente, in una ricerca su di essa. La professoressa sperava che la classe rispondesse con entusiasmo, ma invece ci fu un silenzio tombale, un silenzio che spezzava la felicità e lasciava soltanto la noia. Ma insistette, dicendo che per essere qualcuno bisogna avere una cultura ed essere curiosi. Lo ripeteva continuamente.
I miei compagni la guardarono sicuri, loro sapevano già cosa fare, chi diventare: Giuseppe vuole diventare un maresciallo della finanza, Simone vuole diventare un militare, Martina vuole entrare nella Marina, Elena vuole diventare maestra, Chantal architetta, Viviana parrucchiera, Michael medico, Federica infermiera, Agata cuoca, Chiara cantante, Clara imprenditrice, Maria avvocatessa.
E io voglio diventare invisibile.
Torno a casa e, come ogni giorno, vedo sempre la stessa scena che mi tormenta: il mio vicino di casa maltratta la moglie solo perché si è truccata, senza capire che lo ha fatto per lui. Ma lui non capisce, o meglio non vuole capire: paragona la sua donna a uno schiavo, a un essere inferiore, solo per soddisfare il suo ego. Le urla sono talmente forti da farmi sembrare lì con lei. E ogni volta mi chiedo perché non faccio niente: basterebbe poco per fermare tutto.
Dentro di me so il motivo: mio padre fu accusato di aver violentato una minorenne. Non nascondo che tutto ciò mi aveva distrutto: mio padre, colui che dovrebbe insegnarmi come stare al mondo, il mio punto di riferimento, compie uno dei peccati più grandi, violentare una bambina che, invece di scoprire le cose meravigliose del mondo, ne scopre il lato oscuro, fino a esserne risucchiata senza poterne più uscire, lasciando intorno a sé solo buio.
Ogni tanto credo di essere il figlio di un mostro. Ricordo ancora le parole che gli dissi: “Ti sei mai messo al posto della bambina? Cosa avrà pensato? Perché proprio io dovevo incontrare un mostro?”. Lui non disse niente, alzò la mano e mi diede uno schiaffo, facendo cadere la maschera che mi aveva sempre mostrato.
Ma con quello schiaffo fece cadere anche la mia. Fu lì che capii chi sono: un inetto. Capace solo di parlare e non agire, di giudicare e non vedere, di vedere e non guardare. Questa consapevolezza mi fece più male di tutto il resto.
Attraverso imbrogli riuscirono a salvarlo, dichiarando la vittima una pazza. Dopo il processo mi fissò sorridendo, come a dire “ho vinto io”. E io non potevo fare niente.
Da quel momento osservo le vite degli altri per vedere se qualcuno è simile a me. Credo che un essere umano, per vivere con sé stesso, non debba scoprire chi è davvero: quando lo fa, impazzisce.
Ogni notte, quando chiudo gli occhi, vedo me stesso incatenato, con lo sguardo verso il basso. Una figura mi fissa e ripete: “Tu lo sai”. Dalla vergogna non riesco a guardarla, e mi sveglio.
Ed essendo un inetto, continuo ad andare a scuola solo per osservare gli altri, sperando che qualcuno mi dica: “Adesso ci sono io”.
Non ho dormito neanche questa notte, ma almeno sono felice di andare all’Archivio di Stato, finalmente potrò conoscere cose nuove, cambiare aria.
All’ingresso ci accolse la Direttrice, che ci spiegò il valore della memoria e dell’Archivio: lì dentro erano conservate vite, errori, verità dimenticate. Poi ci mostrò le foto dei detenuti, erano foto di uomini condannati a morte; ci disse che gli occhi erano censurati perché le foto erano state scattate pochi minuti prima di essere giustiziati, soffrivano profondamente e per rispetto avevano cancellato lo sguardo.
Un nome mi colpì: Sebastiano Non per il volto, ma per le parole che aveva detto prima di morire. “I ricchi sono i buoni e i poveri sono i cattivi… dipende dal punto di vista, ci sono bambini che non conoscono la fame altri che non conoscono la pace.” Rimasi scioccato dalle sue parole, stava morendo ma non aveva paura.
Alla fine dell’incontro, mentre gli altri si preparavano ad andare via, sentii dentro di me qualcosa che non avevo mai provato prima: curiosità. Non volevo fermarmi a quello che avevo visto. Mi avvicinai alla signora e, con un filo di voce, le chiesi se fosse possibile fare altre ricerche, se esistesse qualcosa di più, qualcosa che non avevano mostrato alla classe.
Lei mi guardò per qualche secondo, come se stesse cercando di capire chi fossi davvero. Poi fece un leggero sorriso e mi disse di seguirla.
Attraversammo corridoi che non avevo notato prima, sempre più stretti e silenziosi, fino ad arrivare davanti a una porta che sembrava più vecchia delle altre. La aprì lentamente. Dietro di essa c’era una scala che scendeva sottoterra.
L’aria diventava sempre più pesante, e il silenzio era diverso, più profondo, come se ogni cosa lì sotto avesse qualcosa da nascondere. Arrivati in fondo, mi trovai davanti a una stanza enorme, illuminata da luci deboli. Ovunque c’erano scaffali
pieni di carte, fascicoli, nomi dimenticati. Era come se fossi entrato dentro la memoria stessa della città.
La signora disse: “Qui conserviamo ciò che pochi vogliono vedere davvero. Non solo documenti, ma vite.”
Mi avvicinai lentamente a uno degli scaffali. Ogni foglio rappresentava qualcuno che era esistito davvero, qualcuno che aveva sofferto, sbagliato, lottato. Sentii una strana sensazione, come se non stessi più osservando soltanto, ma stessi entrando dentro quelle storie.
Per la prima volta non mi sentivo un semplice spettatore, Stavo iniziando a esplorare. Io Cesare Di Dio, l’incapace, ero diventato un esploratore. Sebastiano era uno dei tanti poveri uomini condannati a morte perché credevano nella giustizia, scoprì tante cose di lui ma una sola domanda tormentava la mia mente: perché tutto questo? Perché rischiare la propria vita per un’idea?
Rimasi scioccato dalla dichiarazione di quest’uomo: stava morendo, non e non aveva paura di dire ciò che pensava, anticipando persino il futuro. Dopodiché la professoressa mi richiamò per continuare il progetto.
Tornai a casa turbato e quella notte dalla luce della notte, nella mia stanza, uscì una mano, poi un piede e infine una persona. Non capii chi fosse, né perché avesse deciso di entrare in casa mia. Dissi a quella figura: “Per caso è arrivata la mia ora?”. Lui scoppiò a ridere e disse: “Ti sembro Dio? In verità sono ciò che ti tormenta la mente, ciò che hai sempre desiderato, colui che può farti intravedere il percorso da seguire”.
Continuai a urlare, non volevo credere di essere diventato pazzo, finché costui mi tirò uno schiaffo, come fece quell’essere ripugnante, facendomi rivivere quei brutti ricordi. Capii che era un segnale, che non dovevo rimanere l’ombra di me stesso. Lo guardai e gli chiesi perché fosse così vicino a me, nonostante appartenessimo a due generazioni diverse. Gli dissi: “Perché sei andato in prigione? Perché tutto questo? Perché rischiare la propria vita per niente?”.
“Io sono qui perché ho agito troppo. Tu sei lì perché non hai agito affatto. Chi di noi è più prigioniero?”
Non gli chiesi altro, se non di raccontarmi la sua storia.
“Vedi, anche io abitavo in questa isola. Vedevo ciò che vedevi tu: un mondo misero, a cui non interessava chi eri, ma cosa possedevi, da quale famiglia provenivi. Io ero un contadino, e la mia unica famiglia era l’orto, perché non ero neanche degno di averne una, considerato come un animale.
Fino a quando un giorno un pazzo iniziò a urlare: ‘La libertà è arrivata, il nostro salvatore è qui!’. All’inizio noi povera gente non capimmo, perché era considerato il pazzo della città. Ma poi ci disse: ‘Garibaldi è arrivato e ha proclamato la fine della schiavitù e l’inizio di una nuova era per noi siciliani’.
Presi dalla gioia, decidemmo che non potevamo limitarci a guardare, ma dovevamo agire, perché tra di noi ci si aiuta. Per la prima volta ci sentimmo come gli aristocratici, trasformando oggetti comuni in armi e abbattendo tutto ciò che avevamo davanti, persino il prete, che per noi non rappresentava più nulla.
Fino a quando arrivò l’esercito garibaldino, che fermò tutto con vere armi, dicendo: ‘I responsabili si facciano avanti, altrimenti uccideremo tutti!’.
Lì si vede chi è davvero coraggioso, ma purtroppo davanti alla morte emerge solo la vigliaccheria.
La nostra rivoluzione fu solo una messa in scena.
Dopo il processo mi portarono a Girgenti, inaugurando una nuova prigione con me: un tempo convento, ora luogo per peccatori. Prima di lasciarmi mi dissero: ‘Adesso potrai scontare le tue pene e pentirti dei tuoi peccati’, con un sorriso maligno. Mi impiccarono pochi giorni dopo.
Appena finì la sua storia, scoppiai a piangere come un bambino. Non riuscivo a parlare, come se avessi perso la voce. Mi vergognavo di vivere, perché in confronto a lui io non ero nessuno.
Sebastiano aggiunse: “Tu non sei chi credi di essere. Grazie a te io potrò vivere di nuovo, perché una persona muore davvero solo quando viene dimenticata”.
Dopo queste parole scomparve nel nulla, come polvere di stelle. Feci dei respiri profondi, cercando di calmarmi, ma all’improvviso vidi di nuovo. Per la prima volta non ero in una gabbia, né incatenato.
Guardai e lo vidi di nuovo: questa volta aveva uno sguardo felice. Mi guardò e disse: “Tu lo sai chi sei”.
Il giorno dopo mi alzai, mi preparai e andai a scuola. Presi la sedia e scelsi il primo banco, per la prima volta alzai lo sguardo e non lo abbassai più.