racconti
L’Archivio delle Ombre - Raccolta: Viaggio nella città delle tracce
Viaggio nella città delle tracce restituisce le suggestioni e l'esperienza diretta sui documenti del percorso didattico svolto da sei classi dell'IISS Gallo-Sciascia di Agrigento.
Le classi che hanno partecipato al percorso proposto dall'Archivio di Stato di Agrigento, dal titolo "Ogni banco ha la sua storia. Sui loro passi, il nostro cammino verso gli 80 anni della Repubblica", hanno svolto la loro esperienza di ricerca delle tracce della memoria relative alla storia degli alunni agrari e del Regio istituto industriale e professionale di Girgenti, alla storia dei ragazzi del '99 studenti di quell'istituto e ai primi fenomeni legati alla mafia dei campi. Un filo comune legato alla terra e al territorio di Agrigento.
Attraverso i documenti legati allo storico istituto scolastico, alle memorie militari e ai territori, hanno ricercato le storie invisibili e le vite dimenticate, riportando alla luce importanti testimonianze in occasione dei momenti di restituzione che li hanno visti protagonisti il 3 e il 4 novembre 2025, con riferimento alle memorie militari della prima guerra mondiale, e il 20 marzo 2026, con riferimento alla giornata di commemorazione delle vittime innocenti delle mafie.
La raccolta di racconti “Viaggio nella città delle tracce”, che prende il titolo da uno degli elaborati, è un dialogo con le storie incontrate e vissute profondamente, dove l’immaginazione di studenti e studentesse si fonde con la sensibilità, la cura e il rispetto verso le vite conosciute e recuperate dall’oblio.
Luoghi, persone, eventi, storie e memorie ritornano al presente dimostrando che negli archivi, attraverso studio, ricerca e didattica, quello che non c’è torna ad essere presente nella storia.
CREDITS
ARCHIVIO DI STATO DI AGRIGENTO
L’ARCHIVIO DELLE OMBRE
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Quando l’archivio del paese di Agrigento riaprì dopo tanti anni, quasi nessuno era interessato. Le stanze erano piene di polvere, scatole vecchie e documenti rovinati dall’umidità. Per molti era solo un posto inutile.
Le finestre lasciavano entrare una luce debole che illuminava l’aria piena di pulviscolo. Gli scaffali di legno scricchiolavano sotto il peso di registri enormi e ingialliti. In alcuni angoli si sentiva ancora l’odore forte della muffa e della carta bagnata dal tempo. Ogni stanza sembrava custodire segreti dimenticati, come se quelle pareti avessero ascoltato per anni storie che nessuno aveva più avuto il coraggio di raccontare. Alcuni documenti erano così vecchi che bastava sfiorarli per vedere piccoli pezzi di carta staccarsi lentamente.
Per Elia, invece, era come partire per un’avventura. Elia aveva diciotto anni e amava esplorare luoghi abbandonati. Non cercava tesori, ma storie dimenticate. Per questo, quando la sua classe andò a visitare l’archivio con la professoressa, lui fu il primo a entrare.
«State attenti ai documenti» disse la professoressa. «Sono molto vecchi.»
Gli studenti si divisero tra gli scaffali. Marco trovò una vecchia macchina da scrivere coperta da un telo grigio e iniziò a premere i tasti, facendo riecheggiare un rumore metallico in tutta la stanza. Giulia invece si spaventò quando da una scatola uscì all’improvviso un topo che corse tra gli scaffali, facendo urlare metà della classe. Qualcuno rideva, altri si lamentavano della polvere. Nico, seduto sopra una pila di registri, scherzava dicendo che quel posto sembrava uscito da un film horror.
A un certo punto si sentì un tonfo improvviso. Uno scaffale più in fondo aveva ceduto leggermente, facendo cadere decine di fogli sul pavimento. Le pagine si sparpagliarono ovunque come foglie spinte dal vento. Su alcuni documenti comparivano timbri antichi e firme quasi cancellate. Per un attimo, il silenzio riempì la stanza. Perfino i ragazzi più rumorosi smisero di parlare, come se avessero capito che quei fogli custodivano qualcosa di importante.
Alcuni si annoiavano, altri facevano foto. Elia invece guardava ogni scatola con attenzione.
In fondo a uno scaffale trovò un vecchio registro nero. Non aveva titolo. Lo aprì lentamente. Le prime pagine parlavano di pascoli, animali rubati e incendi nei campi. C’erano denunce di contadini che avevano paura. Alcuni scrivevano di uomini armati che volevano prendersi le loro terre.
Era la mafia dei pascoli.
Andando avanti con le pagine, però, le cose cambiavano. Non si parlava più di pecore o campi, ma di lavori pubblici, cantieri e imprese edili. Gli stessi cognomi comparivano ancora, ma questa volta vicino a firme e documenti ufficiali.
Era la mafia degli appalti.
Elia rimase in silenzio. Sembrava che la mafia fosse cambiata nel tempo: prima usava la violenza nei campi, poi il potere e i soldi nei lavori pubblici.
Accanto ai documenti c’erano anche frasi scritte a mano.
“Prima comandavano con i fucili. Ora comandano con gli uffici.”
E più sotto:
“Se nessuno ricorda, loro vincono.”
«Che hai trovato?» chiese Marta, una sua compagna di classe.
Elia le mostrò il registro.
Marta sfogliò alcune pagine. «Sembra un diario segreto.»
Tra le pagine cadde una vecchia fotografia. Si vedevano tre uomini davanti a un cantiere.
Sul retro c’era scritto:
“Inaugurazione della Tangenziale Nord, 1994.”
Uno degli uomini era il nonno di Nico, un ragazzo della loro classe. La sua famiglia aveva un’impresa edile molto famosa in paese.
Elia chiuse subito il registro.
Quella notte non riuscì a smettere di pensarci.
Il giorno dopo tornò in archivio da solo. Continuò a leggere il registro e trovò una mappa del paese con alcuni luoghi segnati in rosso. Uno era una vecchia cava abbandonata fuori dal paese.
Accanto c’era scritto:
“La cava non è davvero chiusa.”
Elia conosceva quel posto. Tutti pensavano che fosse abbandonato da anni.
Nel pomeriggio convinse Marta ad andare con lui.
Camminarono fino alla cava mentre il sole stava tramontando. Da lontano sembrava vuota, ma improvvisamente sentirono il rumore di un camion.
Si nascosero dietro alcuni cespugli.
Un camion entrò da un cancello arrugginito. Alcuni uomini stavano scaricando materiale.
«Ma allora è ancora aperta…» sussurrò Marta.
Elia guardò meglio. Uno degli uomini gli sembrava familiare. Era lo stesso uomo della fotografia trovata nel registro, solo più vecchio.
Elia sentì paura.
Capì che quei documenti non parlavano solo del passato.
Parlavano anche del presente.
All’improvviso si accese un faro.
«Andiamo via!» disse Marta.
I due ragazzi iniziarono a correre giù dalla collina.
Mentre scappava, Elia ricordò una frase letta in Le città invisibili di Italo Calvino:
“Non riesce a vederlo, ed è arrivato”.
Gli sembrò perfetta per descrivere la mafia. Spesso arriva senza farsi notare.
Dopo qualche giorno, il registro sparì dall’archivio.
«Non so dove sia finito» disse la custode, senza guardarlo negli occhi.
Ma Elia aveva già fotografato molte pagine insieme a Marta. Le mandarono a un giornalista locale.
Dopo alcune settimane la polizia iniziò a indagare sulla cava.
I camion sparirono.
In paese tutti parlavano della storia, ma a bassa voce.
L’ultimo giorno di scuola, la professoressa disse alla classe:
«Gli archivi non conservano solo fogli. Conservano la memoria delle persone. Dentro quei documenti ci sono errori, paure, ingiustizie e verità che qualcuno ha cercato di nascondere. Studiare il passato non serve soltanto a conoscere ciò che è successo, ma anche a capire il presente e a non ripetere gli stessi sbagli. Finché qualcuno avrà il coraggio di ricordare e raccontare, certe storie non potranno essere cancellate.»
Elia guardò fuori dalla finestra. Pensò ai campi, ai cantieri e a tutte le storie nascoste in quei documenti.
Capì che ricordare è importante.
Perché quando la memoria sparisce, il male trova più spazio per tornare.