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racconti

Non il solito lunedì

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Autore: Gabriele Matera
Scuola/Classe: 1C scuola secondaria di I grado IC 41 Console - Plesso Fornari

I racconti che seguono sono stati scritti dagli alunni della classe 1C. I ragazzi hanno lavorato su alcune serie dell’archivio storico della scuola, in particolare sui fascicoli della sezione musicale, che faceva capo alla Vito Fornari, e su alcuni fascicoli della sezione serale femminile, frequentata da giovani donne che studiavano per ottenere un lavoro migliore e aiutare le proprie famiglie.

Le storie conservate nei documenti hanno offerto lo spunto per costruire racconti di fantasia che, però, custodiscono anche tracce di vite reali, sogni e speranze. Tra faldoni impolverati e pagine dimenticate abbiamo cercato il passato e trovato delle vite.

I racconti della 1C nascono proprio da questo incontro tra memoria e immaginazione: registri, lettere e temi sono diventati esploratori, misteri, viaggi nel tempo e nuove storie capaci di riportare il passato nel presente.

Non il solito lunedì

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Come ogni lunedì, andavo a scuola, con lo zaino sulle spalle e la solita noia addosso, pensando già a quando sarebbe finita la giornata. Non immaginavo minimamente che quel giorno sarebbe cambiato tutto. Davanti al cancello della scuola, mentre aspettavo di entrare con gli altri compagni, una strana donna vestita di nero, con uno sguardo penetrante e un sorriso che non prometteva niente di buono, mi fissò per qualche secondo. Prima che potessi dire qualsiasi cosa, alzò la mano e pronunciò parole che non capii. In un attimo, tutto diventò confuso, le gambe mi tremarono e sentii come se il mondo si fosse capovolto. Quando riaprii gli occhi, non ero più nel presente.

Mi trovavo davanti a una scuola diversa, con muri vecchi, finestre alte e un’aria severa. Una voce nella mia testa mi spiegò che ero stato trasformato in un alunno della classe prima dell’anno scolastico 1966-1967. Non era uno scherzo, non era un sogno. Ero davvero lì, in un’altra epoca, con regole completamente diverse da quelle che conoscevo.

Entrai in classe e subito capii che tutto era più rigido. I banchi erano di legno, tutti allineati con precisione. Il maestro stava alla cattedra con un registro spesso, fatto di carta, non c’era nessun tipo di tecnologia. Non esistevano computer, tablet o registri elettronici. Tutto veniva scritto a mano: voti, comportamenti, note disciplinari, tutto. E la cosa più impressionante era che i professori sembravano sapere tutto degli alunni, perfino dove vivevano e come si comportavano fuori dalla scuola.

Le materie principali erano poche ma fondamentali: italiano e matematica dominavano le giornate. Si passavano ore intere su questi due argomenti, come se tutto il resto fosse secondario. Le lezioni iniziavano presto, alle otto del mattino, e finivano alle due del pomeriggio. Sei ore intense, senza pause moderne o distrazioni. Le prime tre ore erano dedicate all’italiano, tra dettati, analisi grammaticale e letture severe. Le altre tre erano matematica, con problemi difficili, calcoli lunghi e tanta disciplina.

Mi accorsi subito che i voti erano molto più severi rispetto a quelli di oggi. Un voto alto era l’8, ma arrivare al 10 era quasi impossibile, come se fosse un traguardo irraggiungibile. La media degli studenti si aggirava tra il 6 e il 7, e anche ottenere quel risultato richiedeva un impegno enorme. Non esistevano regali o facilitazioni: o si studiava davvero, oppure si restava indietro.

La scuola, inoltre, non seguiva un calendario come quello che conosco oggi. Le lezioni riprendevano anche ad agosto, e l’anno scolastico aveva una struttura diversa, meno regolare e molto più severa. In alcuni casi si iniziava perfino a dicembre, e questo creava confusione ma anche una disciplina diversa, più rigida e continua.

Una cosa che mi colpì moltissimo fu la presenza di alunni molto grandi. Non era raro trovare studenti di 30, 35 o addirittura 40 anni seduti tra i banchi delle elementari. Alcuni di loro non erano riusciti a superare l’esame di quinta elementare e continuavano a riprovarci, anche da adulti. Questo rendeva l’atmosfera ancora più particolare: bambini e adulti insieme, tutti con lo stesso obiettivo, ma con difficoltà enormi da superare.

L’esame di quinta elementare era infatti uno dei momenti più difficili dell’intero percorso scolastico. Non era un semplice passaggio come oggi. Era una vera e propria prova decisiva, che determinava se si poteva andare avanti alle scuole medie oppure no. Molti fallivano, e per questo restavano nella stessa classe anche per anni, senza vergogna ma con grande fatica.

I professori erano figure quasi sacre. Venivano rispettati in modo assoluto, quasi venerati. Nessuno si permetteva di rispondere o di contestare. Anche solo uno sguardo sbagliato poteva portare a una nota sul registro. E quel registro era fondamentale: dentro c’era tutta la vita scolastica dello studente, ogni voto, ogni comportamento, ogni osservazione. Non esisteva privacy come la intendiamo oggi: tutto era tracciato e conosciuto.

Ricordo ancora come venivano trattati gli alunni. C’era una disciplina rigida, quasi militare. Bisognava stare composti, parlare solo quando si veniva interrogati, e non interrompere mai. Anche il modo di sedersi era controllato. La scuola non era solo un luogo di studio, ma anche di formazione severa del carattere.

Osservando tutto questo, non potevo fare a meno di pensare ai ragazzi di oggi. I giovani di allora erano completamente diversi da quelli moderni. A quell’epoca si andava a scuola e subito dopo si andava a lavorare, senza lamentarsi. Era normale aiutare la famiglia, affrontare responsabilità adulte già da piccoli o da adolescenti. Oggi invece molti ragazzi sembrano meno motivati, più distratti, e spesso non hanno la stessa voglia di impegnarsi nello studio o nel lavoro.

Questa differenza mi fece riflettere profondamente. Non era solo una questione di scuola, ma proprio di mentalità. Nel 1966-1967 la scuola era dura, selettiva, e chi la superava aveva davvero dimostrato qualcosa. Oggi invece tutto sembra più semplice, più veloce, ma forse anche meno formativo.

Durante i giorni che passavo in quella scuola del passato, iniziai a capire quanto fosse diverso ogni dettaglio. Anche il rapporto tra studenti era più serio, meno giocoso. Non c’era la leggerezza che conoscevo nel mio tempo. Ogni errore aveva un peso, ogni voto aveva conseguenze importanti.

Eppure, nonostante la durezza, c’era anche un forte senso di rispetto e comunità. Gli studenti si aiutavano tra loro, soprattutto quelli più grandi che avevano già vissuto molti anni di scuola. Alcuni erano lì da così tanto tempo che conoscevano ogni regola a memoria e aiutavano i più piccoli a non sbagliare.

Il tempo sembrava scorrere in modo diverso. Le giornate erano lunghe, intense, quasi infinite. Non esistevano distrazioni, solo studio e disciplina. Anche tornare a casa non significava riposo immediato, perché molti dovevano ancora lavorare o aiutare in famiglia.

Alla fine di questa esperienza, capii quanto fosse stato strano e incredibile vivere in quell’epoca. La scuola del 1966-1967 era un mondo completamente diverso, fatto di regole severe, di grande rispetto per i professori e di una fatica costante nello studio. Era un sistema difficile, ma che formava persone molto resistenti e abituate a non arrendersi.

Quando la strega riapparve per riportarmi nel presente, non dissi nulla. Ero cambiato. Anche se ero tornato alla mia vita di sempre, qualcosa dentro di me era diverso. Avevo visto con i miei occhi cosa significava studiare in un’epoca in cui tutto era più duro, più lento e più rigoroso.

E da quel momento, ogni volta che entro a scuola, non posso fare a meno di pensare a quanto sia cambiato il mondo e a quanto, forse, dovremmo imparare ancora qualcosa da quel passato così lontano.