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racconti

Beatrice e la macchina del tempo

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Autore: Lucia Pace, Isabella Mutis, Maria Francesca Triffiletti, Chiara Nicoló, Emanuel Triffiletti
Scuola/Classe: 1C scuola secondaria di I grado IC 41 Console - Plesso Fornari

I racconti che seguono sono stati scritti dagli alunni della classe 1C. I ragazzi hanno lavorato su alcune serie dell’archivio storico della scuola, in particolare sui fascicoli della sezione musicale, che faceva capo alla Vito Fornari, e su alcuni fascicoli della sezione serale femminile, frequentata da giovani donne che studiavano per ottenere un lavoro migliore e aiutare le proprie famiglie.

Le storie conservate nei documenti hanno offerto lo spunto per costruire racconti di fantasia che, però, custodiscono anche tracce di vite reali, sogni e speranze. Tra faldoni impolverati e pagine dimenticate abbiamo cercato il passato e trovato delle vite.

I racconti della 1C nascono proprio da questo incontro tra memoria e immaginazione: registri, lettere e temi sono diventati esploratori, misteri, viaggi nel tempo e nuove storie capaci di riportare il passato nel presente.

Beatrice e la macchina del tempo

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Era una semplice giornata e Beatrice, l’esploratrice, decise di andare dal dottor Matthew, il quale le avrebbe permesso di utilizzare la macchina del tempo per viaggiare nell’anno 1967 e vedere com’era la scuola a quei tempi.

Tutto ad un tratto Beatrice arrivò nella scuola  “Professionale Casa della Madonna Assunta”. All’ingresso tutto sembrava così silenzioso e fermo; dopo aver messo piede nell’atrio della scuola, Beatrice salì le scale fino ad arrivare al secondo piano, nella classe quarta di grado serale.

La scuola serale era il luogo in cui i lavoratori della grande fabbrica Italsider frequentavano un corso per poter recuperare gli anni scolastici persi nel tempo.

Ogni classe disponeva di un registro cartaceo sul quale venivano annotate le seguenti informazioni degli studenti: nome e cognome, data e luogo di nascita e titoli di studio.

Lo scopo di Beatrice era quello di conoscere suo nonno Lorenzo, morto molti anni prima della sua nascita; dai racconti dei suoi genitori ricordava che suo nonno aveva frequentato la classe 4ª B.

Beatrice iniziò a guardare nella classe cercando tra i presenti, ma non riusciva a vederlo. Ad un tratto eccolo: suo nonno arrivò.

Beatrice scoppiò in lacrime; era così contenta ma, allo stesso tempo, la tristezza la assalì, poiché la macchina del tempo le permetteva di visitare epoche lontane solo sotto forma di un piccolo fantasma che non poteva interagire con ciò che la circondava e la cui voce non emetteva alcun suono.

Gli alunni presero posto e iniziarono a scrivere un tema. La traccia era:

“Scrivi una lettera a un tuo caro amico per parlargli della tua famiglia”.

Suo nonno iniziò a scrivere con la macchina da scrivere; nel frattempo il professore passava continuamente tra i banchi per assicurarsi un’ottima riuscita dei temi.

La lettera del nonno era indirizzata a un suo caro amico di nome Mariano. Gli raccontava che a casa andava tutto bene e che durante la settimana passava più tempo al lavoro e a scuola che con la sua famiglia e con nonna Carmela.

Nonostante questo tutti vivevano la situazione in maniera positiva, perché il nonno amava ciò che faceva a scuola.

In quella lettera parlava anche di quanto fosse dispiaciuto per il suo passato e soprattutto per non aver raggiunto tutti i suoi obiettivi scolastici.

Questo fatto lo rendeva così triste che, ad un tratto, una piccola lacrima scese sul foglio.

La scena era molto commovente; il nonno si asciugò le lacrime, si alzò e consegnò il foglio ormai pieno di macchie.

La giornata scolastica volgeva quasi al termine; mancava solamente la lezione di matematica di grado B, che comprendeva esercizi avanzati con difficoltà più alta rispetto al grado A.

Vennero presentati agli alunni una decina di esercizi che comprendevano addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni, divisioni e frazioni.

Nulla di complicatissimo: cose abbastanza semplici ma non alla portata di tutti.

Durante lo svolgimento della lezione il compito dei più bravi era quello di aiutare i meno preparati ad apprendere le regole, il tutto sotto l’occhio attento del docente.

Una volta finiti gli esercizi la giornata era conclusa e adesso toccava passare al lavoro in fabbrica.

Nonno Lorenzo, infatti, uscito da scuola, faceva una lunga passeggiata per arrivare puntuale in fabbrica.

Era il responsabile del suo settore e il suo compito era quello di coordinare il lavoro degli altri operai, raggruppati in squadre da sei o sette persone.

Beatrice osservava il nonno impartire ordini ai suoi compagni:

— Spostare il carico!
— Inserire il materiale!
— Avviare la fornace!
— Arrestare la fornace!

Arrivati quasi alla fine della serata, con il viso e i vestiti ormai sporchi, bisognava fare l’ultimo sforzo: far suonare la sirena che indicava agli operai del pontile che il materiale era pronto per essere caricato sulle grandi navi ormeggiate ai lati del pontile.

Finito il turno era ormai il momento di tornare a casa.

Dopo cena il nonno puntò la sveglia alle 6:00.

La casa era silenziosa e accogliente e Beatrice cadde in un profondo sonno, distesa sul vecchio tappeto del salotto.

All’improvviso suonò la sveglia.

Iniziava una giornata ancora più intensa e faticosa della precedente, ugualmente divisa tra scuola e lavoro in fabbrica.

Arrivato a scuola, bisognava svolgere i soliti temi e dettati in italiano e le operazioni di aritmetica, ma stavolta c’era una novità: il docente di matematica gli propose di partecipare a un concorso di matematica e lui, entusiasta, accettò subito.

Il concorso si svolse il giorno 17 giugno alle ore 17:30.

Il nonno, felicissimo di partecipare, si ripeteva continuamente che avrebbe vinto.

Il giorno del concorso, impaziente com’era, nonostante abitasse a pochi passi dalla scuola, si incamminò con un’ora di anticipo.

Ne approfittò durante il tragitto per ripetere ancora una volta alcune regole della lezione di matematica, finché la campanella avvisò tutti dell’inizio del concorso.

Il nonno di Beatrice ottenne un ottimo risultato che gli permise di vincere un premio di 4000 lire.

Felicissimo, l’indomani organizzò una grande festa a cui partecipò tutta la sua famiglia.

Beatrice, l’esploratrice, era incredula davanti a tutto quello che aveva visto e allo stesso tempo felicissima.

Capì che a quei tempi le piccole conquiste erano molto più apprezzate rispetto ai giorni nostri, dove, pur vivendo tra maggiori ricchezze e comodità, si vedono ancora persone che, pur avendo tutto, non sembrano mai realmente felici e soddisfatte.

A questo punto l’esploratrice decise di voler fare ritorno a casa e alla sua epoca.

Entrata nella macchina del tempo iniziò ad avvertire strane sensazioni e uno strano formicolio le pervase tutto il corpo.

La macchina del tempo iniziò ad accelerare a tal punto da portarla avanti nel futuro.

Quando il caos dello schianto finì, si ritrovò su un pianeta alieno.

Gli strani abitanti di quel pianeta, quando la videro, rimasero molto sorpresi e iniziarono a porle delle domande:

— Come ti chiami?
— Da quale universo provieni?

Per loro l’aliena, nonostante la stranezza, era proprio lei.

Beatrice raccontò tutta la storia senza tralasciare alcun dettaglio e in maniera così coinvolgente che alcuni di loro sembravano addirittura commossi.

Beatrice rimase un po’ con loro; la accolsero, le offrirono del cibo e fecero amicizia.

Le mostrarono alcuni dei loro passatempi, tra cui strani giochi che assomigliavano alla nostra briscola e al nostro biliardo.

Gli alieni capirono che a Beatrice mancava molto la sua Terra e le fecero una sorpresa: sistemarono i suoi bagagli e ripararono la macchina del tempo per farla ritornare a casa.

L’esploratrice si trattenne ancora un po’ con loro e gli alieni tirarono fuori da una delle loro borse un mazzo di carte napoletane e improvvisarono una partita a “Sette e mezzo”.

Beatrice si sentiva meno triste e così decise di insegnare ai suoi nuovi amici il gioco della tombola napoletana.

Spiegò loro che la tombola si giocava tipicamente a Natale, dopo la grande cena del 25 dicembre, la sera in cui tutte le famiglie si riuniscono.

Ispirati dai racconti di Beatrice, gli alieni prepararono anche un banchetto con del cibo tipico.

Beatrice lo trovò squisito, nonostante non pensasse che il cibo alieno potesse essere così buono.

Arrivò l’ora di andare a dormire e gli alieni erano soliti saltare sui loro comodissimi letti prima di addormentarsi.

La notte fu un po’ turbolenta a causa dei terremoti lunari che tennero sveglia la ragazza fino al mattino seguente.

Beatrice decise di andare a fare una passeggiata per raggiungere la base in cui gli alieni stavano sistemando la macchina del tempo.

Dopo averli ringraziati tutti, l’esploratrice ripartì finalmente diretta verso casa.

Tornata a casa raccontò tutta l’avventura a sua madre, ma lei non le credette.

Beatrice si ricordò che la sua preside un giorno aveva organizzato dei corsi in una stanza quasi sempre chiusa che ospitava al suo interno il vecchio archivio storico della scuola, la stessa frequentata da suo nonno.

Una mattina arrivò a scuola in anticipo e, anziché dirigersi subito in classe, si diresse verso l’archivio.

La stanza era silenziosa, poco illuminata e polverosa.

In fondo c’erano armadietti contenenti documenti e registri cartacei.

Inizialmente Beatrice non riusciva a trovare i documenti di suo nonno ma, ad un certo punto, si girò e vide una pila di vecchie cartacce.

Erano proprio lì… I SUOI DOCUMENTI!

Beatrice trascorse quasi tutta la mattinata nell’archivio.

Poi, dopo scuola, tornò a casa con i documenti del nonno “presi” dall’archivio, cosa che non avrebbe dovuto fare.

Beatrice riuscì così a convincere sua madre che tutta la storia fosse vera, mostrando i documenti e riuscendo a collegarli alla vita passata di suo nonno.