racconti
Non siamo soli
I racconti che seguono sono stati scritti dagli alunni della classe 1C. I ragazzi hanno lavorato su alcune serie dell’archivio storico della scuola, in particolare sui fascicoli della sezione musicale, che faceva capo alla Vito Fornari, e su alcuni fascicoli della sezione serale femminile, frequentata da giovani donne che studiavano per ottenere un lavoro migliore e aiutare le proprie famiglie.
Le storie conservate nei documenti hanno offerto lo spunto per costruire racconti di fantasia che, però, custodiscono anche tracce di vite reali, sogni e speranze. Tra faldoni impolverati e pagine dimenticate abbiamo cercato il passato e trovato delle vite.
I racconti della 1C nascono proprio da questo incontro tra memoria e immaginazione: registri, lettere e temi sono diventati esploratori, misteri, viaggi nel tempo e nuove storie capaci di riportare il passato nel presente.
Non siamo soli
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Mario entra in una scuola abbandonata per cercare dei documenti, ma trova un guardiano, un codice e un segreto di quarant’anni fa.
Un giorno Mario, giovane esploratore, si imbatté in una scuola abbandonata. L’obiettivo dell’esploratore era trovare dei documenti che rappresentassero la storia.
Durante il suo cammino incontrò un anziano signore che si diceva fosse il guardiano di questo edificio abbandonato. Il guardiano non si accorse della presenza del giovane esploratore e urlò:
— Chi c’è qui?!
Mario, preso dalla paura, scappò ed entrò nella prima stanza che vide.
Quando il guardiano entrò nella sua cabina, Mario tornò all’esplorazione. Poi il giovane esploratore trovò una stanza con un lucchetto che serviva per accedere all’archivio; così, non avendo il codice, andò a cercarlo all’interno dell’edificio.
Nel bel mezzo del cammino si imbatté in un labirinto; nel corridoio del labirinto c’era una pietra. L’esploratore non riuscì a vederla e cadde.
Sul pavimento, vicino alla pietra, c’era un codice; mentre lo osservava meglio, si ritrovò il guardiano dietro di lui.
Provò a scappare. All’inizio credeva che non ci fosse alcuna speranza, ma fu lì che vide l’uscita e riuscì a seminare il guardiano.
Col fiato corto, Mario tornò verso l’archivio.
Il codice era: 4,1,9,7.
Fece scattare il lucchetto.
Click.
La porta si aprì su scaffali pieni di polvere e un tavolo al centro. Sopra c’era un diario blu.
Lo aprì.
Prima pagina:
“Per chi avrà il coraggio di ricordare”.
Dentro c’erano elenchi di nomi, alcuni con una croce accanto. Firma in fondo: G.R.
— Chi c’è qui?
La voce del guardiano lo fece sussultare.
Sulla porta c’era il vecchio, appoggiato al bastone. Questa volta non urlava.
— Non scappare più — disse. — Se sei qui, dove dovevi arrivare?
— Cerco la verità su questa scuola — rispose Mario. — Perché è chiusa? Perché tutti hanno paura?
Il vecchio si sedette.
— Mi chiamo Giuseppe. Insegnavo storia. Nel 1982 chiudemmo, ufficialmente per delle crepe nei muri. In realtà perché sparivano dei ragazzi: Anna nel ’73, Marco nel ’78, Luca nell’81. La città disse che era maledetta. Io restai per capire.
Mario sfogliò il diario.
Trovò Anna L.
Accanto c’era scritto:
“Aveva paura del seminterrato. Diceva che di notte si sentivano voci.”
Sotto, un appunto:
“Il seminterrato è murato dal 1970. Chi ha sentito le voci?”
— Portami lì — disse Mario.
Scesero una rampa di scale. L’aria era fredda.
In fondo c’era una sala caldaie.
Sul muro, graffiate nell’intonaco:
NON SIAMO SOLI
Sotto c’erano le date: 1973, 1978, 1981.
C’era anche un simbolo che Mario aveva visto vicino alla pietra su cui era caduto.
Sotto si trovava una scatola di metallo.
Dentro c’erano tre quaderni e una grande chiave.
Il primo quaderno era di Anna.
Raccontava di adulti che si incontravano nel seminterrato per decidere chi “meritava” di restare.
Chi non andava bene spariva.
Il preside sapeva tutto.
Anna aveva scoperto il passaggio. L’avevano chiusa lì dentro.
Aveva graffiato quel messaggio prima di sparire.
Gli altri due quaderni erano di Marco e Luca.
Stessa fine.
— La chiave apre il portone — disse Giuseppe. — È chiuso con una catena da fuori. Se gira, qualcuno entra ancora.
Corsero nel cortile.
Il lucchetto sulla catena era nuovo.
Mario girò la chiave.
Scattò.
Spinsero il portone.
Fuori, sulla soglia, c’era un uomo elegante con una cartella.
— Professore Russo. E tu sei Mario. Sono Dario Conti, l’ultimo preside. Firmai la chiusura. E sono venuto qui ogni mese per trent’anni per tenere sepolto il passato. Quei ragazzi furono errori.
Aprì la cartella.
Dentro c’era una pistola.
— Non posso farvi uscire con quei quaderni.
Giuseppe fece un passo avanti.
— Basta, Dario. Spara. Ma questa storia si saprà.
Dario lasciò cadere la pistola.
Si sedette e confessò tutto.
Raccontò come avevano fatto sparire i ragazzi e come avevano inventato la maledizione.
Mario registrò tutto.
Arrivò la polizia.
Dario fu arrestato.
La scuola diventò un memoriale.
Giuseppe ne divenne il custode.
Mario scrisse un libro con la vera storia di quella scuola abbandonata.
Mario prese i fogli dei quaderni e si diresse verso l’uscita; però, tutto ad un tratto, dietro di lui iniziò ad oscurarsi.
Mario impallidì e, preso dal panico, urlò e iniziò a correre.
Dietro di lui si ritrovò i due ragazzi scomparsi: Marco e Luca.
Scapparono insieme e raggiunsero l’uscita.
Quando arrivarono videro che la porta era bloccata.
Marco e Luca tirarono fuori delle pistole e le puntarono contro Mario.
Subito dopo arrivò un ragazzo che si chiamava Jack.
Prese i ragazzi da dietro e tolse loro le pistole.
Aiutò Mario a scappare.
Lui trovò un’altra uscita e riuscì a fuggire.
Quando oltrepassò la porta si accorse che tutto ciò che era accaduto prima era un’illusione, perché quando cadde sulla pietra perse i sensi e il guardiano lo prese.
E da lì perse veramente le speranze.
Da quel momento non si ebbero più notizie del giovane esploratore.