racconti
Quando il mare guarì
I racconti che state per leggere sono stati scritti dagli alunni della 2B dell’I.C. 41 Console del plesso Fornari. In questo plesso è conservato l’archivio storico della scuola Vito Fornari, precedentemente denominata “Scuola di Bagnoli”, nata dalla scuola di Fuorigrotta “Giacomo Leopardi”.
La storia di questa scuola è figlia dell’Italsider, la fabbrica che ha influenzato la vita del quartiere di Bagnoli.
I racconti sono nati dalla lettura di una delle serie di cui è costituito l’archivio, perché la Vito Fornari aveva costituito una sezione serale frequentata proprio dagli operai dell’Italsider, che aveva sede nei locali della fabbrica. Ma non solo: vi era anche una sezione serale presso i locali della Vito Fornari, frequentata da coloro che non avevano potuto conseguire la licenza elementare e che sognavano un futuro migliore.
È un privilegio per dei giovani studenti poter accedere alle fonti dirette del proprio territorio e ciò è possibile grazie alla conservazione di questi documenti che, grazie a questi giovani studenti, verranno valorizzati e conosciuti da chi li leggerà.
Attraverso questi racconti i giovani scrittori hanno potuto riflettere sul valore della scuola, del lavoro e della dignità di coloro che, attraverso lo studio, speravano in un futuro migliore.
È commovente leggere il loro attaccamento al territorio: fa ben sperare che, attraverso la loro sensibilità, sapranno averne cura e preservarlo, imparando dalle storie di chi li ha preceduti.
In fondo, questo è il più grande regalo che la storia e l’archivistica sanno fare a chi le studia.
Quando il mare guarì
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Iniziò tutto nella primavera del 2016.
Francesco Gallo, un ragazzo di dieci anni di Bagnoli, era appena tornato dall’ospedale dove suo nonno era morto per un problema ai polmoni. Per fortuna, quando Francesco arrivò in ospedale, il nonno era ancora in vita e, tenendogli la mano, gli disse le sue ultime parole:
«Checco, sentimi bene: nel 1951 è stato nascosto nella tua scuola un preziosissimo oggetto misterioso, che io chiamo “quello che non c’è”. È un oggetto molto importante per il nostro quartiere. Io ho provato tante volte a cercarlo ma non sono mai riuscito a trovarlo. Ti prego, provaci tu e cambierai le sorti di Bagnoli».
Francesco, da quell’evento, dedicò i successivi dieci anni a creare una macchina del tempo con la quale sarebbe potuto andare nel passato, ma non era mai pronta poiché gli mancava sempre un pezzo.
Così, un lunedì mattina caldo come non mai, si diresse nella mia autofficina per cercare quel pezzo.
Io, incuriosito dalla strana richiesta, gli chiesi a cosa gli potesse servire quel pezzo tanto particolare e così mi raccontò tutto.
Una settimana dopo riuscii a trovare quel pezzo e quella stessa sera decidemmo di provare la macchina del tempo per andare nel lontano 1951.
Appena arrivati ci sembrò tutto molto strano: Bagnoli era diversa, c’erano più alberi, più verde e soprattutto c’erano molti meno palazzi, tanto che da ogni angolo del quartiere si riusciva a vedere il mare, dove io e Francesco saremmo sicuramente andati non appena avessimo risolto il mistero.
Dopo venti stancanti minuti di camminata finalmente raggiungemmo la scuola dove avrebbe dovuto essere nascosto l’oggetto indicato dal nonno di Francesco e, fingendoci esploratori di una famosa rivista giornalistica, una segretaria ci permise di entrare.
Accompagnati da un collaboratore scolastico camminammo per il corridoio principale e mi incuriosì parecchio un’aula con studenti grandi di diverse età. Chiesi informazioni e mi fu detto che era una classe serale per chi non era riuscito a diplomarsi in età scolare e desiderava riuscirci, anche se in tarda età, e notai che quasi tutti erano impiegati nell’Italsider, un’importantissima industria siderurgica della zona.
Questa idea mi piacque tantissimo e decisi di leggere i temi che queste persone avevano scritto.
Uno in particolare mi colpì: era di un pescatore, proprio come me, ma voleva cambiare lavoro perché non guadagnava abbastanza. Ciò mi colpì parecchio e pensai che forse si fosse ritrovato a fare il pescatore non per passione, come nel mio caso, ma perché era l’unico modo per guadagnare qualcosa, situazione molto diffusa all’epoca.
Usciti dall’aula decidemmo di andare in un B&B a riposare e continuare la ricerca il giorno successivo.
Eravamo esausti e quel letto scomodissimo di una microscopica camera di un B&B ci sembrò la cosa più comoda del mondo.
La mattina successiva ci svegliammo prestissimo: alle sei e dodici minuti eravamo già vestiti e alle sei e quarantacinque eravamo già in metro per dirigerci alla scuola, ma naturalmente era ancora chiusa.
Di conseguenza, per occupare il tempo, andammo in un bar lì vicino a fare colazione. Io presi il solito cappuccino e un bel cornetto farcito con crema e amarena, mentre Checco solo una graffa.
Finito di mangiare ci intrattenemmo un po’ a parlare.
Si fecero le otto e venti minuti, perciò tornammo a scuola dove trovammo lo stesso collaboratore scolastico del giorno precedente.
Per prima cosa gli chiesi il nome: si chiamava Raffaele, detto Lello, e in quelle poche ore che passammo insieme capii subito che era un tipo molto socievole e amico di tutti, soprattutto degli alunni.
Ci accompagnò nell’aula dove il giorno prima stavano svolgendo il corso di scuola serale e cercammo se magari questo oggetto segreto fosse contenuto lì.
Checco aprì un cassetto di una cattedra e trovò una rubrica con tutti gli alunni frequentanti quella classe e lesse un nome che lo fece rimanere stupito: Giuseppe Gallo, il suo bisnonno, che lui però non aveva mai conosciuto.
Ad un tratto però entrò il preside, un uomo scorbutico di circa cinquant’anni, che si arrabbiò tantissimo con Lello e con gli altri collaboratori che ci avevano permesso di entrare.
Purtroppo dovemmo uscire. Francesco era palesemente affranto e dispiaciuto dato che eravamo molto vicini a trovare il misterioso oggetto.
Per distrarlo lo accompagnai a mare per un bel bagno, ma comunque non servì a risollevargli il morale.
Ormai mancava sempre meno alla fine del timer della macchina del tempo e il nostro ritorno nel presente era sempre più vicino; di conseguenza anche io mi arresi e insieme accettammo il fatto che non avremmo potuto realizzare il sogno del nonno di Checco.
In spiaggia però ci addormentammo e al risveglio ci trovammo direttamente nel presente, ognuno nel proprio letto.
Il giorno dopo tornò tutto alla normalità: io ancora nella mia autofficina a sognare una villa al mare per pescare dal balcone e Checco ancora disoccupato a cercare lavoro e, presi ognuno dalla propria vita, ci sentimmo molto poco.
Passò tantissimo tempo da quel nostro viaggio nel passato alla ricerca di quell’oggetto misterioso e quasi me ne dimenticai.
Era un sabato mattina quando Checco mi chiamò e mi disse che aveva trovato lavoro come segretario in una scuola a Cavalleggeri. Sentendo queste parole mi tornò in mente il nostro viaggio nel passato e non feci altro che pensarci tutto il giorno.
Si fece tardi e mi misi a letto. Subito mi addormentai e ad un certo punto feci uno strano sogno: c’era un uomo mai visto, ma la mia mente sapeva che era il nonno di Checco.
Si trovava in una scuola, nel reparto archivi, e indicava un archivio molto sottile che si trovava sul ripiano B della seconda fila di scaffali. Era luminoso, quasi magico, sembrava addirittura che si muovesse da solo.
Al mio risveglio la prima cosa che feci fu chiamare Checco per raccontargli del mio strano sogno.
Lui subito venne sotto casa mia e insieme decidemmo di andare nella stessa scuola dove ci aveva portati la macchina del tempo qualche mese prima.
Ora che Checco era segretario in un’altra scuola, non gli fu difficile chiedere di entrare per poter cercare informazioni nell’archivio.
Raggiungemmo il reparto archivi e subito ci avvicinammo alla seconda fila di scaffali.
Non ci impiegammo tanto tempo dato che, come nel mio sogno, un archivio sottilissimo brillava, così lo presi e lo aprii.
Era del 1951, lo stesso anno del nostro viaggio nel passato, e conteneva un tema di Giuseppe Gallo, proprio il bisnonno di Checco.
Troppe coincidenze: doveva essere per forza quello il misterioso oggetto, non c’erano dubbi.
Checco si mise il tema in tasca e uscimmo dall’uscita di emergenza, salimmo in macchina e andammo a casa mia per leggerlo con calma.
La consegna era: “Parla del tuo quartiere, cosa cambieresti e cosa ti piace” e Giuseppe scrisse:
«Tutti i miei compagni scriveranno che del nostro quartiere ciò che gli piace di più è l’Italsider poiché dà lavoro a tantissimi cittadini. Io invece inserisco l’Italsider nelle cose che vorrei cambiare. Ho già capito che sarà un grave problema per l’inquinamento dell’aria e del nostro meraviglioso mare, ma soprattutto credo che porterà problemi respiratori a tutti noi cittadini».
Finito di leggere, il foglio si illuminò ancora di più, quasi ci accecò. Era avvenuto un cambiamento e noi, troppo attratti dalla lettura del tema, non riuscimmo subito a vederlo, ma arrivò.
Quando la luce svanì nessuno, eccetto me e Checco, ricordava più l’Italsider e, come se non bastasse, tutti i resti della fabbrica erano svaniti.
Il mare era stupendo proprio come una volta e chi soffriva di problemi ai polmoni era guarito.
Fu tutto così bello che non ci accorgemmo nemmeno di trovarci in una meravigliosa villa al mare e che entrambi, finalmente, avevamo un lavoro che ci rendeva felici: io ero diventato biologo marino e Checco un chirurgo.
Pensammo che fosse la nostra ricompensa per aver salvato il quartiere.
La nostra vita da quel momento cambiò, ma non perché avevamo tutto ciò che desideravamo, ma perché eravamo consapevoli di aver salvato un posto meraviglioso che negli ultimi anni era peggiorato a causa di una stupida industria che inquinava esageratamente.