racconti
“La spedizione italiana del K2”
I bambini della 3 elementare una scuola elementare Stoppani di Milano, partecipano alla manifestazione in onore degli alpinisti che hanno partecipato alla spedizione sul K 2.
Incontrano personalmente Walter Bonatti a cui rivolgono numerose domande.
Prima di salutarlo gli rivolgono un'ultima domanda chiedendogli consigli per per fare una scalata di classe.
Bonatti entusiasta di questa iniziativa li invita a partire dandoli la sua benedizione.
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La spedizione italiana del K2
La spedizione italiana del K2
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In un tempo non troppo lontano, nel 1954, degli alpinisti italiani guidati dal geologo Ardito Desio, intrapresero una scalata difficile e pericolosa: la scalata del K2. Una montagna irraggiungibile, una cima che raggiunge il cielo. È la seconda montagna più alta della Terra con i suoi 8611 metri di altitudine. Le sue cime appartengono alla vasta catena del Karakorum. Proprio qui, comincia una delle imprese più emozionanti e complesse che ci hanno affascinato moltissimo.
Quante domande ci facciamo, quante curiosità nascono dentro di noi, quanta meraviglia ci suscita questa impresa ed allora anche noi ci incamminiamo metaforicamente per conoscere il K2, per osservarlo attraverso le foto scattate dagli alpinisti, per ammirarlo attraverso chi l’ha descritto e per scrutarlo attraverso i suoi filmati.
Ritorniamo dunque indietro nel tempo a quando, sulle cattedre della scuola Stoppani, arrivò una circolare che recitava così:
“Festeggiamenti in onore dei componenti La spedizione italiana del K2”, ... tutti i bambini dovranno assistere al corteo celebrativo, dei partecipanti alla Spedizione che si snoderà per le vie milanesi. Nel pomeriggio del 25 ottobre 1954 le lezioni dovranno essere sospese.
Driiin Driinn la campanella della scuola suona fragorosa, è il segnale che ci dobbiamo preparare ad uscire anticipatamente mentre dall’altoparlante dell’aula, giunge la voce del dirigente: “Cari bambini, oggi le lezioni si concludono prima. La nostra scuola partecipa al corteo celebrativo in onore degli alpinisti che hanno scalato il K2” e siamo chiamati a render loro omaggio”
Noi tutti ci guardiamo con un sorriso a 32 denti e felici come una Pasqua, esultiamo di gioia per l’inaspettata notizia.
Tutta Milano è in fermento. Nella storia dell’alpinismo, per la prima volta, gli Italiani sono riusciti ad arrivare in cima. Altre spedizioni avevano tentato prima di noi, purtroppo fallendo; ci provarono gli Americani nel 1938 e poi nel 1939, tentarono anche gli Inglesi nel 1947 e prima ancora, nel 1909, s’incamminò anche Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi che pur non raggiungendo la vetta, ebbe il grande merito di individuare per primo lo Sperone Abruzzi, ossia la via seguita con successo dagli alpinisti negli anni successivi.
“Che impresa!!! Magici Italiani!!!” urliamo tutti insieme, battendo le mani e correndo per i corridoi della scuola.
“Sapete - ci racconta la maestra “Da quel lontano 31 luglio 1954, quella cima verrà chiamata la montagna degli Italiani, in onore al valore dei nostri grandi alpinisti. L’ Italia, in quegli anni, faticava a risollevarsi dopo la dura prova della guerra, e questa impresa diede un così grande impulso al nostro paese che tutti si sentirono incoraggiati a non arrendersi”. “Quella vittoriosa ascesa” continua la maestra “assunse un valore enorme, perché rappresentava il riscatto morale e la rinascita del nostro paese. Ora tutti insieme, lasciamo le nostre aule e andiamo a portare il nostro saluto.
“Maestra, maestra” intervengono alcuni bambini “siamo eccitati all’idea di salutare questi eroi; chissà quanto avranno faticato, la montagna era alta e molto ripida. Avranno patito un freddo freddissimo tra i ghiacciai? Ma come hanno fatto ad affrontare tutto questo?” e Lei sorridendo ci dice “Davvero bambini, come hanno fatto? Me lo chiedo anch’io. Non è da tutti saper star di fronte a simili difficoltà. Cosa dite se ci avviciniamo al corteo e lo chiediamo a qualcuno di loro?” Con passo rapido raggiungiamo il corteo trionfante. La gente si accalca lungo i marciapiedi di corso Buenos Aires. Siamo in tantissimi, tutti festosi ed euforici. Un vigile molto gentile ci fa largo tra la folla e riusciamo ad essere davanti. Nel giro di poco scorgiamo i nostri eroi: “Eccoli bambini sono loro” ci dice la maestra indicando il centro della strada. Li vediamo avanzare sorridenti ed intenti a stringere le mani a tutti i presenti. In prima fila c’è il capo spedizione Ardito Desio, subito riconoscibile per il suo bel naso aquilino. Poi poco alla volta li vediamo tutti, erano 11, fieri e maestosi. Tra questi riconosciamo subito Achille Compagnoni, Lino Lacedelli e Walter Bonatti, i tre che collaborarono per l’ultimo assalto alla vetta. Ad un certo punto la maestra si allontana da noi e si avvicina al più giovane del gruppo, il ventiquattrenne Bonatti sussurrandogli qualcosa all’orecchio. Walter si volta verso di noi e immediatamente ci viene incontro. Non ce l’aspettavamo proprio e supercontenti lo circondiamo: “Walter ma come è stata possibile questa folle impresa? Potevate morire tutti?” gli chiede uno di noi e lui sorridendo risponde: “sapete bambini eravamo determinati e decisi, nessuno voleva rinunciare a quell’impresa e questa forza di volontà ci ha fatto superare ogni ostacolo. Poi avevamo un capo spedizione che era una guida molto importante per noi. Pretendeva tanto e ci incoraggiava a guardare sempre avanti e ad impegnarci al massimo, sia per il nostro onore ma anche per la nostra amata patria.”. Quelle parole ci colpirono. Ci aveva a tal punto conquistato che gli prendemmo la mano e lo accompagnammo fuori dal corteo. Lui guardò indietro verso gli altri suoi compagni dicendo: “Dove mi portate, non posso, cosa diranno gli altri.” Ma in realtà non oppose resistenza, anzi sembrava divertito dall’idea di essere ‘rapito’ da noi bambini. Lo accompagnammo sotto un albero e qui ci sedemmo intorno a lui. Curiosi ed eccitati cominciammo a fargli domande a raffica. “Ma quanto tempo avete impiegato nella scalata?”, giunge la prima domanda e subito Walter inizia a parlare “Abbiamo impiegato ben 3 mesi perché dovevamo acclimatarci. Il nostro corpo non è abituato a vivere a quelle altitudini ed ha bisogno di tempo per adattarsi; poi dovevamo fissare le corde e i picconi ed infine dovevamo attendere le condizioni meteo favorevoli.”. “Ma non avevate paura?” chiede un altro bambino “Stavate scalando la seconda montagna più alta al mondo?” Questa volta Bonatti si fa più serio e ci dice: “Certo che avevamo paura, nessuno aveva mai raggiunto la cima e non si sapeva che cosa avremmo incontrato lungo il cammino. Molte cose ci erano ignote. Poi il freddo intenso e le tragiche spedizioni precedenti ci preoccupavano ma cercavamo di concentrarci sul lavoro preparatorio della scalata. Ogni cosa era fatta con molta attenzione e questo ci rassicurava, ci aiutava a controllare la paura e ci permetteva di andare avanti. Poi eravamo un gruppo unito e anche questo ha aiutato molto. Ci sostenevamo a vicenda, incoraggiandoci l’un l’altro, sempre”.
“Sappiamo che avete vissuto un momento molto duro, la morte di un vostro compagno, Mario Puchoz, come avete affrontato questo dolore?” domanda ad un certo punto una bambina. Qui Walter rimase in silenzio per un po’ e poi con tono dimesso riprende: “Questo è stato il momento più triste della spedizione e il ricordarlo oggi mi fa commuovere. Era un giovane forte e ben preparato ma un edema polmonare lo ha stroncato. Eravamo tutti sgomenti e affranti. Morì al campo 2, a 6000 metri di quota. Preparammo per lui una semplice tomba, posando su di essa zolle di muschio e piccoli fiori che riuscimmo a trovare 5000 metri di altezza. Il giorno dopo, in preda allo sconforto, non eravamo più convinti di continuare l’impresa. C’era paura ed angoscia, ma la determinazione di Achille Compagnoni e le parole di Desio, ci aiutarono a non perderci d’animo. Il modo migliore per onorare la memoria del nostro compagno era continuare il cammino e così proseguimmo”.
Per alcuni minuti rimanemmo tutti in silenzio, fino a quando sopraggiunse una nuova domanda: “Qual è stato il peggior pericolo che avete vissuto?” Walter riprende il suo racconto: “il momento più duro lo ricordo bene, eravamo arrivati al campo 9. Non riuscì a vederlo, ed ero arrivato. Era il 30 luglio ed io, insieme al trasportatore Mahdi, giungemmo lì carichi delle bombole d’ossigeno destinate alla coppia di punta, Lacedelli e Compagnoni; inspiegabilmente però non trovammo la loro tenda. Li chiamammo disperatamente quando ad un certo punto, sentimmo la voce di Lacedelli che ci indicò la presenza del campo ma in una posizione inaccessibile. Ci assalì lo sconforto più totale, non potevamo né salire né scendere. Stava sopraggiungendo la sera e fummo costretti ad un bivacco di sopravvivenza a oltre 8000 metri. Rimanemmo bloccati nella bufera e per non congelare scavammo un piccolo gradino nella parete di ghiaccio. Lottammo fisicamente e spiritualmente. Mi feci coraggio con tutte le mie energie e miracolosamente riuscimmo a sopravvivere”. Non appena Bonatti finì di parlare, sopraggiunse un fischio vigoroso che lo fece sussultare: “Walter, ti stiamo cercando, il corteo non può proseguire senza di te, forza raggiungici.” Era la voce di Desio che lo richiamava. Il giovane esploratore fece per alzarsi quando un’ultima domanda lo trattenne ancora tra noi "Sai Walter che anche noi vorremmo fare una scalata come voi? Non certo per raggiungere una cima così alta ed impervia ma ci piacerebbe metterci in cammino tutti insieme, cosa ne pensi? Potremmo farcela secondo te?" Con gli occhi più luminosi che mai Bonatti ci risponde: “Bambini ma questa è un’idea incredibilmente bella! Sono felice e fiero che la nostra Spedizione vi abbia ispirato. Posso solo incoraggiarvi e spronarvi a farlo perché il raggiungimento della vetta di una montagna è un’impresa entusiasmante. Si ammira la grandiosità della natura, ci si mette alla prova, si sperimentano le proprie condizioni fisiche e si scopre chi siamo. È una grande opportunità per imparare a conoscere sé stessi attraverso la fatica e l’impegno. Sapete cosa si dice spesso tra gli alpinisti? Si dice che la montagna è una scuola di vita perché ti fa crescere come essere umano. Io, per esempio, ho imparato tanto e proprio nei momenti più critici, ho scoperto che dentro di me c’era una forza sconosciuta che mai avevo visto prima. Forza allora, organizzatevi e partite!! Avete la mia benedizione!! Non mi resta dunque che augurarvi un buon cammino, non un cammino solitario ma un cammino insieme ai vostri amici, l’uno al fianco dell’altro, leali e solidali.
Con queste parole Walter si congedò da noi per raggiungere il corteo ma noi non lo lasciammo andare se non dopo avergli regalato uno dei nostri stritolanti e grati abbracci.