racconti
La fuga della regina
Le riunioni segrete, l’organizzazione e poi la partenza precipitosa, in piena notte, attraverso il giardino privato per raggiungere il Tamigi, da lì Dover e, infine, la salvezza sulle coste francesi, con il benestare del Re Sole, dopo la traversata su una piccola barchetta di legno.
È Francesco Riva, pittore bolognese della bottega del Guercino e guardarobiere di Maria Beatrice d’Este, nota come Mary of Modena, a raccontare nei dettagli la fuga da Londra della regina, moglie di Giacomo II Stuart, e del piccolo Principe di Galles, di soli cinque mesi, il futuro Giacomo III pretendente al trono, avvenuta intorno alla metà di dicembre del 1688 per mettersi in salvo dalla “Gloriosa Rivoluzione”, il colpo di stato per mano di Guglielmo d’Orange che portò alla deposizione del sovrano convertito al cattolicesimo.
CREDITS
Il racconto autografo di Riva, ideatore ed esecutore materiale della fuga, compilato nell’agosto 1689 e indirizzato “Ai miei dilettissimi parenti…” a futura memoria e gloria per la sua “casa” è parte della collezione delle carte che documentano la fuga dall’Inghilterra della regina Mary of Modena acquisita recentemente dall’Archivio Storico del Comune di Modena.
Tale documentazione è stata oggetto di approfondimenti e proposta come attività didattica nel corso dell'ultimo anno scolastico.
La studentessa è rimasta affascinata dal racconto e ha rielaborato in forma personale la rocambolesca fuga della regina, dando voce ai diversi protagonisti della vicenda storica.
La fuga della regina
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Maria Beatrice d’Este
Il 30 settembre 1673 sposai per procura l’ultraquarantenne duca di York Giacomo Stuart, fratello di Carlo II d’Inghilterra. Dopo settimane potei incontrarlo a Dover. A quindici anni aspiravo a prendere il velo al Monastero della Visitazione. Ma Papa Clemente X benedì le nozze sostenendo che avrei mostrato meglio la mia fede da moglie che da monaca: “l’amore non riesci a vederlo, ed è arrivato” disse.
Quando dodici anni dopo il re morì senza eredi legittimi, salii al trono col soprannome di “Mary of Modena” accanto a Giacomo Stuart divenuto Giacomo II, decisa a portare il cattolicesimo in un Paese anglicano. L’astio tra regnanti e sudditi fu subito palese e fummo deposti dopo soli tre anni per mano della Gloriosa Rivoluzione del 1688.
Mio marito fu incarcerato e rinchiuso inizialmente nel palazzo di Whitehall, io lasciai l’Inghilterra con nostro figlio; passò del tempo prima di poterlo rivedere dopo la sua fuga agevolata da St. James’s Palace.
La Provvidenza m’aveva affidato una missione che non ero riuscita a compiere ma la mia fede rimase salda. Nel giorno del Giudizio Universale Dio mi premierà e con me tutti coloro che mi sono stati vicini: dallo sposo che fui costretta ad avere ma di cui mi innamorai per lo straordinario intelletto, al Re Luigi XIV che mi ospitò con benevolenza; ma anche a ogni servo che mi ha assistita nella fuga. Ciò che ci accomuna è che siamo fratelli mentre prego per coloro da cui sono fuggita. Tra tutti, non sarei mai giunta in Francia senza l’aiuto del mio guardarobiere Francesco Riva.
Non misi più piede in Inghilterra né a Modena. La vita mi porta altrove anche se sento ancor oggi la mancanza della mia città natale. Possa un dì il destino ricondurmi alle mie origini.
Saint-Germain-en-Laye
Giacomo Stuart
Londra, St. James’s Palace, 5 gennaio 1689
Mia amata,
scrivo queste righe da prigioniero.
Ora che tutto è perduto, il mio pensiero va più a voi che alla Corona. Mi conforta sapervi al sicuro.
Ancor soffro al ricordo dei figli sottratti alla vita prima di poterle sorridere.
La nascita di Giacomo Francesco Edoardo sembrò l’unico barlume per la stirpe.
Non so quale sorte mi attenda ma so che il mio cuore rimane saldo nell’amore per voi e nell’attaccamento alla Provvidenza, fiducioso che non abbandoni chi prega con devozione.
Custodite il nostro nome, qualunque sia il mio destino.
Giacomo
Francesco Riva
Mi chiamo Francesco Riva.
Non so se qualcuno vedrà mai questa carta macchiata d’inchiostro ma ciò non ostacola le mie parole.
Fui testimone della fuga della regina alla caduta degli Stuart. Fedele al re e a Maria Beatrice, decisi di restare al loro fianco trascurando la mia famiglia, che sempre meno spesso aveva mie notizie.
Dopo il colpo di Stato di Guglielmo III d’Orange, a corte si viveva nell’incertezza. L’esercito nemico sopraggiungeva: impossibilitati ad opporci, la fuga sembrava l’unica salvezza possibile.
Il re convocò me ed altri uomini fidati per strutturare un piano. Alla fine fu scelta la mia idea: una carrozza posta nelle vicinanze del giardino privato del Palazzo avrebbe atteso la regina nel silenzio della notte, senza attirare l’attenzione di guardie e sudditi.
Quando il re ebbe deciso, sentii l’onere sulle mie spalle. Per il successo del piano utilizzai le mie doti da guardarobiere e le commissionai un vestito da lavandaia. Il minimo errore sarebbe stato fatale.
Ricordo l’ansia provata in quelle ore: dovevo attraversare i controlli delle guardie senza destare sospetti. Sei sentinelle mi fermarono l’una dopo l’altra ma io risposi con calma alle loro domande, timoroso che ogni sguardo sfuggente, ogni parola di troppo, un solo passo falso, potessero portarci alla rovina.
La carrozza era stata procurata dal mio amico Francesco Terriesi.
Lasciammo Londra nella notte tra il 19 e il 20 dicembre 1689 per Horseferry, sulle rive del Tamigi. Lì ci aspettavano due barcaioli.
Trasversammo il fiume nel buio, sotto una pioggia battente e col vento che agitava le acque. Il Tamigi era insidioso e temevo che la barca potesse rovesciarsi. Nonostante tutto riuscimmo ad arrivare incolumi a Lambeth, dove trovammo altre carrozze in attesa per proseguire verso Dover.
Dopo molte ore di viaggio salutammo l’Inghilterra e giungemmo in Francia via mare, ospitati alla corte di Saint-Germain-en-Laye da Luigi XIV.
Qualche tempo dopo, Giacomo fu agevolato nella fuga dalla sua prigionia a St. James’s Palace e si ricongiunse con la sua famiglia, anch’egli accolto dal Re Sole.
Solo quando li vidi tutti al sicuro, sentii svanire l’immensa tensione che avevo portato dentro per tutto quel tempo: la mia missione si era conclusa. Mi ristabilii a Bologna nel 1703.
Anni dopo il mio atto di coraggio durante la fuga della regina venne ricordato dal pittore Benedetto Gennari, mio cognato. Egli dipinse un ritratto della mia famiglia raffigurante me, mia moglie inglese di nascita e i nostri due figli, per celebrare la mia lealtà.
Oggi rievoco come quanto accaduto abbia mutato il destino degli Stuart. Ero soltanto un servitore ma feci di tutto per mettere in salvo la regina e la sua prole. Non cercavo fama né ricompense: volevo solo compiere il mio dovere fino in fondo.
Desidero che chi venga dopo di me lo sappia. Lascio qui questa lettera sperando che qualcuno la trovi e scriva una propria storia ricordando la mia.
Bologna, 1716
Dal diario dell’esploratore Fernando Costa (1867)
1° gennaio, Bologna
Caro diario,
oggi è il primo giorno del nuovo anno e ricevo già un dono: qui, nella mia casa a Bologna, ho trovato una vecchia scartoffia. Non so se si possa proprio definire una lettera ma è stata scritta da un certo Francesco Riva e penso si tratti di una fonte storica.
La lettera parla di una notte che cambiò il destino di una regina e di un Regno.
Il viaggio descritto ha come meta la Francia: che casualità per me, che partirò proprio per essa tra un mese per frequentare i salotti di Parigi!
3 febbraio, Parigi
Mi trovo in Francia, accolto a corte dall’Imperatore. Mi ha introdotto nei salotti buoni della città; l’arrivo di intellettuali da tutto il mondo ha sempre dato prestigio alla “Ville Lumière”.
Ero giunto qui a Parigi per acculturarmi attraverso libri e racconti. Penso che però farò un piccolo cambio di programma: lo stesso Napoleone III mi ha dato il prezioso consiglio di recarmi al Castello di Saint-Germain-en-Laye, a pochi chilometri dalla capitale, per visitare il Musée des Antiquités Nationales da egli stesso ora inaugurato.
Perché accontentarsi dei libri, quando posso vedere coi miei occhi i luoghi dove è accaduta una storia? La lettera di Francesco ritrovata non narra solo un fatto storico, bensì un’avventura!
18 febbraio, Saint-Germain-en-Laye
Sono giunto nel palazzo dove gli Stuart hanno trascorso i loro anni di esilio e ho sbirciato tra gli archivi; ho trovato alcuni manoscritti che trattano della Regina Maria Beatrice d’Este. Confrontandoli con quanto riportato nella lettera di Riva, sono riuscito a mettere insieme i vari pezzi.
Ho iniziato a scrivere una ricostruzione storica che forse una volta terminata potrei pubblicare.
La ricerca mi incuriosisce sempre più.
20 febbraio, Saint-Germain-en-Laye
Proseguo l’analisi, devo approfondire come andarono le cose quella notte.
I documenti storici parlano di una donna costretta a scappare in fretta. Com’è stata ingiusta la vita per questa fanciulla!
Esaminerò gli avvenimenti.
5 marzo – verso la Manica
Non ho fatto altre scoperte, così ho deciso di passare alla fase due: ripercorrere a ritroso il viaggio della regina per vedere i luoghi attraversati con i miei occhi. Sono anche un esploratore, dopotutto!
La nave su cui viaggio mi culla dolcemente questa notte, alimentando i miei pensieri sfuggenti. Nella tasca della giacca custodisco preziosamente lo scritto di Francesco Riva trovato all’inizio dell’anno: mai avrei pensato che sarebbe stato l’avvio della mia nuova avventura.
Riporto le ultime parole scritte in esso: “Lascio qui questa lettera sperando che qualcuno la trovi e scriva una propria storia ricordando la mia”.
Quest’uomo sperava che un giorno qualcuno come me riscoprisse le vicende che molti hanno dimenticato.
15 marzo, Dover
Sono arrivato a Dover, da qui la regina lasciò l’Inghilterra per sempre.
Guardando le Bianche Scogliere, penso a quanto fosse stato difficile quel momento per lei: cominciare una vita da esule tenendo fra le braccia il figlioletto, l’incertezza del divenire ma anche il conforto d’esser quasi in salvo.
Penso a cosa proverei se fossi costretto a lasciare Bologna per non farvi più ritorno. Abbandonare la patria fu un déjà vu per Maria Beatrice, che lasciò Modena per stabilirsi a St. James’s Palace con lo sposo.
Prima del 1688 aveva già vissuto un forzato allontanamento da Londra con l’esilio a Bruxelles, seguito dal soggiorno obbligatorio a Edimburgo. Riuscì tuttavia a tornarvi da regina.
Stavolta fu un addio.
2 aprile, Horseferry – riva nord del Tamigi
Sono passato da Lambeth e Horseferry.
Qui la fuga sarà stata ardua: attraversare il Tamigi di notte è rischioso, ne sono stato testimone quando ho voluto fare la stessa esperienza pensandomi un fuggitivo; la regina mi appare sempre più una donna coraggiosa.
Ho fatto un schizzo di lei sulla barca con Francesco.
4 aprile, Londra
Ora sono a Londra dove tutto ebbe inizio.
Camminando per Westminster rivivo la vita della regina prima del suo triste epilogo. Dalla vita agiata alla fuga in abiti da lavandaia, l’accoglienza alla corte di Francia, il suo esilio solitario.
Tutto ciò mi addolora.
6 maggio, Bologna
Finalmente a casa.
Ho terminato la biografia di Maria Beatrice mettendo insieme appunti e disegni e spero che questo lavoro sia pubblicato e l’evento della fuga della regina ricordato.
EPILOGO
Maria Beatrice d’Este si spense il 7 maggio 1718 all’età di 59 anni per un cancro al seno.
Dalla sua fuga non abbandonò l’esilio a Saint-Germain-en-Laye, ora quartiere di Parigi.
Le sue speranze di tornare viva a Modena furono vane ma trovò sepoltura al Monastero della Visitazione, luogo della sua vocazione monastica.