racconti
Fuori campo
In una sala di restauro, l'archivista Mimì proietta una bobina Super 8 senza nome, arrivata da una casa svuotata dopo un funerale.
Il filmino è fatto quasi solo di fiori: una rosa rosa contro il cielo, una facciata con finestra avvolta dalle rose, un roseto fuori fuoco, calendule, un'ultima gazania nitida come un quadro. In mezzo, tre immagini che non sono fiori — un gatto che si volta e guarda l'obiettivo, l'unico sguardo ricambiato di tutta la pellicola; e una luna pallida di giorno, l'unica volta in cui la cinepresa si alza verso il cielo. Poi la pellicola si degrada e muore: la muffa ha divorato proprio gli ultimi metri, quelli che forse avrebbero rivelato un volto dietro la finestra.
Mimì, segnata dalla morte recente della madre, capisce che il vero soggetto del filmino non sono i fiori, ma la persona che li ha scelti, amati e ripresi per anni — una mano che invecchia di inquadratura in inquadratura — e che ora non ha più né nome né volto.
Davanti al campo "Soggetto" della scheda di catalogo, vuoto, decide di disobbedire alla regola che vieta di inventare, e scrive l'unica verità possibile su chi non c'è più.
CREDITS
Le città invisibili di Italo Calvino, in particolare la città di Bauci, sospesa nel cielo, i cui abitanti contemplano col cannocchiale la propria assenza sulla terra — immagine richiamata dal gatto che, solo fra tutti, "vede chi non c'è", e dalla luna diurna come ciò che è presente e invisibile insieme.
Quello che non ho di Fabrizio De André, citata nel concept del festival, per la tensione verso ciò che manca.
Il fascino del cinema amatoriale e del found footage di famiglia (Super 8, home movies), e la riflessione sull'archivio come luogo dove la sopravvivenza materiale e l'oblio convivono.
I dieci fotogrammi reali del filmino, che ne costituiscono la struttura: il racconto segue esattamente la loro sequenza, dalla prima rosa fino al fotogramma finale corroso.
Fuori campo
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La bobina arriva un martedì, dentro una scatola di cartone insieme ad altre nove, dal magazzino di una casa svuotata dopo un funerale. Nessuna etichetta. Sul coperchio, a matita, una parola sbiadita che potrebbe essere giardino o un cognome che comincia per G.
Mimì la mette per ultima. Le bobine senza nome sono le più lente, e poi quella scritta — una casa svuotata dopo un funerale — le ha messo addosso una malinconia che non riesce a togliersi. Sua madre è morta in marzo. Hanno svuotato anche la sua, di casa, e Mimì ha buttato cose che adesso rivorrebbe, e tenuto cose che non sa più perché. Da allora cataloga le pellicole degli altri con una cura nuova, quasi un rimorso: dietro ognuna c'è qualcuno che ha fatto le stesse scelte sbagliate con i propri ricordi.
La proietta nel tardo pomeriggio, da sola, contro la parete bianca della sala di restauro.
Comincia con una rosa. Rosa pallido, quasi carne, contro un cielo blu così saturo da sembrare smaltato. È a fuoco perfetto, mentre tutto il resto sfuma nel niente. Chi ha tenuto la cinepresa sapeva cosa faceva: ha scelto quel fiore tra mille, l'ha isolato, l'ha aspettato. Mimì annota: operatore esperto, ripresa selettiva. È la prima e ultima cosa certa che scriverà.
Poi una casa. Muro bianco, una finestra con le persiane aperte, una tenda azzurra tirata a metà. E intorno, fino al davanzale, un'esplosione di rose rosse rampicanti. La cinepresa indugia sulla finestra. Poi torna ai fiori — sempre ai fiori. Mimì capisce, guardando, che quella è casa sua. Di chi filma, intendo. Non spia nessuno: torna a guardare la propria finestra come si guarda una cosa che si ama e che si dà per scontata, e che un giorno qualcun altro svuoterà.
Il filmino prosegue. Una rosa rossa tutta sfocata, mossa — la mano ha tremato. Mimì se ne accorge perché succede di nuovo, poco dopo, e poi ancora. All'inizio della bobina le inquadrature erano ferme. Adesso vibrano appena. Pensa a una mano che invecchia. Pensa che forse questa non è una sola estate, ma molte estati montate di seguito, e che la mano che regge la Bolex sta diventando vecchia sotto i suoi occhi, di fiore in fiore.
Poi un'inquadratura larga: un'aiuola intera, decine di rose bianche, rosa, gialle, sovrapposte, fuori fuoco. Una ricchezza che l'occhio non contiene. Vediamo una rosa per volta, pensa Mimì, mai il roseto.
Poi, al minuto due, succede l'unica cosa che succede.
Tra l'erba compare un gatto. Scuro, quasi nero, sfocato come tutto ciò che si muove in quei vecchi formati. E il gatto si ferma. Gira la testa. E guarda dentro l'obiettivo.
Mimì smette di respirare.
Due occhi bucano la grana della pellicola e arrivano fino alla parete bianca, fino a lei, attraverso cinquant'anni. È l'unico sguardo di tutto il filmino. Le rose non guardano, le persiane non guardano, le foglie non guardano. Solo il gatto si è accorto di essere guardato, e ha guardato indietro. E guardando l'obiettivo ha guardato chi lo teneva — quell'uomo o quella donna che non vedremo mai — e quello sguardo, l'unico che quella persona si sia mai presa, è ancora qui, intatto, dentro gli occhi di un gatto morto da mezzo secolo. Mimì pensa a sua madre, che negli ultimi mesi la guardava così, dritta, senza dire niente, come per imprimersela. Resta ferma a lungo. Lascia girare quel fotogramma più del necessario, perché spegnere le sembrerebbe interrompere qualcuno che sta parlando.
Poi il gatto esce dall'inquadratura, e non torna.
E qui il filmino fa la cosa più strana di tutte. Per qualche secondo la cinepresa abbandona il giardino e si alza verso il cielo. Un cielo slavato, lattiginoso, la pellicola così consumata che l'azzurro è quasi bianco. E in mezzo, piccola, pallida, di giorno, una luna. Una luna diurna: quel tipo di luna che c'è ma non si vede, che nessuno guarda perché c'è il sole. Chi filmava i fiori, una volta sola, ha puntato in su. Verso l'unica cosa del cielo che è presente e assente insieme. Mimì non sa perché. Nessuno saprà mai perché. Ma le sembra il gesto più umano di tutta la bobina: alzare gli occhi, per un secondo, da quello che si possiede a quello che non si può avere.
Poi i fiori tornano subito, come se niente fosse. Macchie gialle e scure, completamente fuori fuoco, e in mezzo un buco nero che potrebbe essere un'ombra o un foro nella pellicola. Poi un campo di calendule arancioni, calde, virate verso un giallo da vecchia fotografia, e per un istante, sospesa tra gli steli, una farfalla — o forse solo una scheggia di luce color ruggine, impossibile dirlo. Poi un'ultima gazania perfetta: arancione e rossa, il cuore scuro punteggiato di bianco, a fuoco netto. È la più bella di tutte. È firmata come si firma un quadro. È l'ultimo fiore.
Poi la pellicola muore.
Non finisce: muore. Gli ultimi metri sono andati. Umidità, muffa, il tempo. Sulla parete compaiono macchie color crema, bolle, una merlettatura di aloni, una bruciatura scura in alto a destra che ha mangiato l'emulsione. Non c'è più immagine. C'è solo il supporto, la materia, la ferita. Mimì lascia girare il proiettore fino in fondo, perché spegnerlo prima le sembrerebbe scortese, e guarda quei centimetri di niente sfilare nella luce.
Quando riavvolge, gli appunti sono quasi vuoti. Niente nome, niente data, niente luogo. Solo fiori, un gatto, una luna, una casa che potrebbe essere ovunque.
Ci ha provato, con la casa. Le persiane, la muratura, la tenda. Ma le persiane sono persiane e la tenda azzurra è una tenda come ce n'erano migliaia. E l'unico fotogramma in cui forse — forse — dietro il vetro si sarebbe intravisto un volto, una mano, qualcosa, è esattamente nei metri finali. Quelli che la muffa ha divorato. La distruzione ha mangiato precisamente la parte che avrebbe potuto rispondere.
Apre la scheda sul computer, il campo Soggetto. Il cursore lampeggia in uno spazio bianco grande quanto la parete su cui un minuto fa scorreva un giardino.
Potrebbe scrivere la verità documentabile: rose, calendule, gazanie; un gatto; una facciata; cielo con luna diurna; pellicola degradata. Tutto esatto. Pensa a sua madre, alle scatole buttate, a quello che non ha tenuto e non tornerà. Pensa che da qualche parte, in qualche altro archivio, qualcuno sta catalogando un filmino in cui lei da bambina corre verso la cinepresa, e scriverà bambina non identificata, e avrà ragione, e non saprà niente.
Resta a lungo con le dita ferme sulla tastiera.
Poi cancella la riga regolamentare e ne scrive un'altra, che nessun direttore approverà:
Soggetto: chi teneva la cinepresa. Amava qualcuno, e questo giardino. Non inquadrato. Non recuperabile.
Salva. Spegne la luce. Sulla parete, dove un minuto fa fiorivano rose impossibili, non c'è più niente.
Ma stasera, tornando a casa, Mimì cercherà la scatola che ha tenuto di sua madre. Quella che non sa più perché ha tenuto. Adesso lo sa.