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Bauci tra i faldoni

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Autore: Sofia Guglielmo, Matilde Pintauro, Sophie Re
Scuola/Classe: 5L, Liceo classico e musicale “C. Cavour”, Torino

“Enea non cercava risposte, cercava assenze”.
Attraverso questo incipit potente il lettore è invitato a esplorare l’archivio sia come spazio fisico che astratto, con gli stessi occhi del protagonista.
Un viaggio, un’ascesa che serve a stabilire una distanza per poter meglio comprendere il valore e il significato di un luogo dove spesso ciò che manca ci racconta assai di più di ciò che è conservato.

CREDITS

Documenti dal Fondo Francesco Rosi - Archivio Storico del Museo Nazionale del Cinema

Bauci tra i faldoni

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Enea non cercava risposte, cercava assenze. In classe lo chiamavano "l’esploratore": era una persona che puntava alla scoperta e alla ricognizione in luoghi ignoti o poco conosciuti per studiarli, mapparli o scoprirli. Per capirci, Enea non guardava mai i monumenti, ma lo spazio vuoto tra una colonna e l'altra. La prima volta che la nostra classe entrò nell’Archivio Storico del Museo Nazionale del Cinema di Torino, mentre noi eravamo storditi dall'odore di carta antica e dalla polvere impalpabile che copriva tutto, lui fissava uno scaffale metallico completamente vuoto nell'ala nord. Sui lunghi tavoli da lettura, sotto la luce zenitale e conica di piccole lampade flessibili, riposavano i corpi cartacei di passati possibili. Riviste d’epoca dai colori accesi esibivano copertine patinate: sguardi fissi di attrici cristallizzate in un eterno sorriso, promesse di storie destinate a ripetersi identiche a ogni apertura di pagina. Accanto a esse, faldoni aperti mostravano vecchi dattiloscritti e sceneggiature originali, dove le correzioni a penna e i margini consumati testimoniavano il momento esatto in cui un'idea astratta aveva cercato la sua forma fisica. Qui, tra le ombre dei vecchi proiettori e le pellicole restaurate, la storia di Torino sembrava farsi di luce e ombra, un immenso set cinematografico a riposo. 

«Cosa manca lì?» aveva chiesto Enea all'archivista seduta in un angolo. La dottoressa lo aveva guardato con gli occhi incuriositi e una smorfia un po' amara: «Tutto quello che non è stato ancora possibile registrare. Le parole bisbigliate a mezza voce, l'inchiostro di chi sognava tra le pagine di questi registri, le promesse fatte nei corridoi che ora rimangono solo come ricordi sbiaditi mai messi per iscritto». L’archivio è un luogo silenzioso, non solo per rispetto, ma perché i documenti spesso tacciono ostinati su ciò che vorremmo davvero sapere. Il regolamento diceva di cercare una storia, ma Enea aveva intenzione di raccontare la storia che non c’era, la storia che non appariva in nessun registro, quella per cui valeva la pena sporcarsi le dita di inchiostro. 

Si muoveva leggero tra i corridoi, sfiorando i dorsi dei faldoni legati con lo spago sbiadito, quasi cercasse una fessura invisibile tra le date dei cataloghi. Ogni faldone era una scatola del tempo sigillata, ma per Enea il vero mistero risiedeva nelle date saltate, nei mesi in cui i registri non riportavano alcuna transazione, alcuna nota, alcun nome. Camminava immaginando le vite che erano scivolate via in quei giorni vuoti, i passanti che avevano attraversato le stanze dell'edificio senza lasciare un'impronta burocratica. Si fermò davanti a una grande mappa catastale appesa alla parete, dove le strade di Torino erano disegnate con un tratto d'inchiostro di china così nero da sembrare inciso nel muro. Ma lo sguardo di Enea, ancora una volta, andò oltre: si concentrò sui cortili interni, sui rettangoli bianchi rimasti privi di scritte, zone d'ombra che la burocrazia della città non era riuscita a catalogare.

Si era messo a studiare la pianta dell'edificio prima che diventasse un archivio. Un tempo vi era una grande scuola, trasformata poi in un deposito di smistamento postale e divenuto infine un archivio storico. Tra le planimetrie che risalivano al 1920 aveva notato una discrepanza, qualcosa che non era stato progettato per essere visto: un piccolo locale tecnico collocato in alto, una soffitta mai aperta, che nei documenti più recenti era stata omessa come se fosse semplicemente scomparsa. Una "stanza invisibile". Quell'intercapedine dimenticata sembrava sfidare la rigida griglia ortogonale dell'edificio, aprendo uno squarcio imprevisto nel cuore razionale dell'archivio e della città stessa. Enea allora iniziò la sua ascesa. Non usò scale di legno, ma scalette di metallo che sembravano gambe di fenicottero, proprio come quelle della città di Bauci descritta da Calvino. Più saliva verso il sottotetto, più sentiva di allontanarsi dalla Terra e dal rumore lontano dei tram che sferragliavano sui binari torinesi. E mentre saliva pensava agli abitanti di Bauci che odiano il contatto con il suolo e in quel momento si sentì uno di loro; sentiva che la verità non poteva stare nei documenti pesanti appoggiati a terra, ma in ciò che fluttuava sopra le nubi della burocrazia. A un tratto trovò una botola, coperta da spessi strati di vernice grigia. Con le dita sfiorò il legno, sentendo il battito di una storia che non era mai stata scritta. 

Lo strato di vernice cedette con un gemito secco, liberando una nuvola di polvere che brillò dorata nel primo raggio di luce che penetrava da una fessura del tetto. L'aria lassù sapeva di ferro vecchio, un'atmosfera sospesa che sembrava ignorare lo scorrere dei decenni al di sotto. Prima di sporgere la testa oltre l'apertura, Enea rimase immobile sui gradini di metallo, ascoltando il silenzio perfetto di quell'altitudine artificiale. Lassù, i suoni della scuola che era stata, i rumori dei sacchi postali scaricati e i passi lenti degli odierni ricercatori si fondevano in un unico eco indistinto, privo di tempo. Era il punto d'incontro di tutte le epoche dell'edificio, una terra di nessuno dove la memoria non aveva bisogno di etichette o inventari. 

Cercava un diario, una lettera, un segno, ma quando riuscì ad aprire lo spiraglio non trovò scaffali, ma un telescopio puntato verso il basso, in direzione del cortile dell'archivio. Enea si accostò all'oculare e vide diverse cose. Vide noi, i suoi compagni, che camminavamo minuscoli sette metri più giù, ignari di essere osservati. Vide l'archivista che sistemava un faldone. Vide la nostra stessa assenza nel passato di quel luogo. In quel momento Enea comprese che l'archivio non serve a conservare il passato, ma a contemplare la nostra distanza da esso. L'archivio non è un ponte che ci riporta indietro, e' la prova tangibile che quel mondo non esiste più. Prese il taccuino che aveva portato con sé per l'esplorazione e scrisse la frase che aveva trovato su un vecchio frammento di carta ingiallita incastrato nell’oculare del telescopio, un monito per chiunque cercasse di catturare l'inafferrabile: Non riesce a vederlo, ed è arrivato. 

Enea capì finalmente che c'è un limite fisico e temporale oltre il quale la visione diventa impossibile. Non può vedere il passato perché è già irrimediabilmente mutato. Senza saperlo era arrivato al cuore dell'archivio proprio smettendo di cercare un documento fisico. Enea chiuse il taccuino, consapevole che l'unico modo per possedere davvero quel mondo era accettare di averlo perso per sempre.