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Napoli, tra mare e cemento
"I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce".
Questa è l’avvertenza che compare all’inizio del film "Le mani sulla città" (1963) di Francesco Rosi e che riassume perfettamente anche l’intenzione di questo elaborato dove inchiesta e denuncia si mescolano per tracciare uno spaccato della città di Napoli devastata dalle politiche del laurismo.
CREDITS
Documenti di lavorazione del film "Le mani sulla città" (Francesco Rosi, 1963), dal Fondo Francesco Rosi - Archivio Storico del Museo Nazionale del Cinema
Napoli, tra mare e cemento
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L’elaborato quivi proposto si pone l’obiettivo di mostrare le contraddizioni e i danni generati alla città di Napoli e, in particolare, alla sua cittadinanza dal fenomeno socio-politico ed edilizio del Laurismo. L’idea principale consiste nel mostrare tramite un fittizio articolo di giornale le condizioni della cittadinanza del napoletano, indagate a priori da un’esploratrice che avendo scoperto la città per prima si è interessata nel far conoscere al mondo tramite il giornalista (interpretato da me) una realtà poca conosciuta. I personaggi sono inventati e sono un mezzo per rappresentare una specifica categoria di popolazione con i propri disagi. L’obiettivo è sensibilizzare sul tema dell’urbanistica e mostrare come questa sia in grado di modificare la natura di una città e modificare radicalmente i suoi abitanti, in particolare con la segregazione in comunità lontane e poco servite. In questo modo Napoli vuole essere simbolo di una serie di metropoli in Italia e nel mondo che hanno vissuto lo stesso fenomeno o fenomeni simili.
Visione aerea di Napoli: palazzi di cemento che si innalzano senza controllo. Poi un cantiere, operai e macchine che lavorano per la distruzione di un edificio. Un palo si abbatte sul terreno e fa tremare il suolo. Nel frattempo, la vita quotidiana scorre tranquilla, come una giornata qualunque. All’improvviso, una scossa. Urla, pianti, un fuggi fuggi disperato. La polvere si alza, rivelando il cadavere di una casa. Risultato: un bambino ferito, uomini e donne rimaste senza abitazione.
Questa non è solo la scena iniziale di Le mani sulla città di Francesco Rosi, ma è l’emblema della realtà quotidiana che ha vissuto e vive la città di Napoli: case abbattute e gente sfrattata all’improvviso. Ad oggi i dati dell’ANSA testimoniano che circa 50 case su 100 nel territorio campano e nel napoletano sono abusive, ovvero fuori norma: non rispettano un piano regolatore adeguato, standard igienico-sanitari e norme di sicurezza.
È importante notare che i problemi che affliggono ancora oggi Napoli risalgono ai tempi del laurismo, il fenomeno politico e sociale populista che prende il nome dalla figura di Achille Lauro, sindaco del capoluogo partenopeo tra gli anni ‘50 e i primi anni ‘60, che è stato indagato e denunciato dal film di Rosi. Il film mostra gli ambienti di potere, svelando le trame di politici e affaristi che speculano sulla vita della popolazione per interessi economici e personali. Le masse, che subiscono in prima persona le conseguenze del fenomeno, tuttavia non sono descritte e rimangono sullo sfondo come mere comparse, pur essendo tra i protagonisti. Diventano, di fatto, il simbolo di "quello che non c'è" nelle narrazioni ufficiali e celebrative di quegli anni: una parte di storia rimasta invisibile.
Nel tentativo di colmare questo vuoto e ricostruire il punto di vista dei cittadini e delle cittadine di Napoli, ho seguito i passi di Valeria, un’esploratrice della memoria urbana.
Valeria non cerca i monumenti da cartolina, ma indaga tra le crepe della storia cittadina alla ricerca di ciò che è stato rimosso. Grazie al suo lavoro sul campo, sono stato in grado di contattare la signora Pina, ottantasette anni, che ha deciso di raccontare la sua esperienza.
“Finita la guerra, Napoli era una città piena di macerie per le bombe” racconta la donna, che all’epoca era una ragazza. “Il centro dove io abitavo soprattutto: così Lauro fece costruire case nuove. Era una brava persona che ricostruì la città - o almeno così ci dicevano! Un giorno mi ritrovai senza casa e senza lavoro. Ordine di sfratto. Mi chiesi sinceramente il perché”.
Lei abitava nella via che oggi si chiama Shelley, vicino alla friggitoria in cui lavorava. “Era il 1956. Prendevo 80.000 lire di stipendio. In seguito sono dovuta andare a vivere a Secondigliano. Non ricevetti compenso sufficiente per potermi permettere una di quelle belle case che stavano costruendo al Vomero”, dice con un sospiro di rassegnazione. “Lasciai così un pezzo della mia storia familiare - stavamo lì da generazioni - ma soprattutto il lavoro, visto che ormai la friggitoria era troppo lontana da raggiungere a piedi.”
Quando la signora Pina scese per la prima volta dal mezzo pubblico in quella che allora era solo una campagna isolata, cercò con gli occhi il profilo del suo vecchio quartiere, il mare in lontananza, la vita a cui era abituata. Non riuscì a vederlo, ed era arrivata: intorno a lei si stendeva solo il grigio di una periferia ancora spoglia e priva di anima. Oggi si impiegherebbe mezz’ora abbondante in auto per percorrere la strada che separa Secondigliano dal centro, ma negli anni ‘50 le strade erano poche, i mezzi pubblici scarseggiavano, poiché stavano ancora predisponendo il servizio di trasporto municipale, e soprattutto la mobilità privata era limitata, poiché pochi possedevano un’automobile.
“Volevo prendere la patente, ma lasciai perdere: costava troppo e poi mio marito non era d’accordo. Così rimasi a casa a badare ai miei figli”. La storia di Pina illustra le conseguenze più diffuse sulla vita delle persone della speculazione edilizia a Napoli: la perdita della casa, del lavoro e l'allontanamento forzato dalle proprie relazioni sociali. “Mi ricordo delle discussioni alla sera, dopo aver ricevuto l’ordine di sfratto. C’era molta sfiducia. Avevamo votato le persone che ci avevano buttato fuori di casa, ma non sapevamo di chi altro fidarci e a chi rivolgerci”.
Nonostante la condizione della signora Pina sia stata condivisa da molte persone, è sceso l’oblio sull'operato di Lauro e della giunta comunale di quegli anni (prima fase 1952-1958, seconda fase 1961-1963). Spesso le voci delle persone come Pina sono state zittite dalla narrazione comune, che dipinge Achille Lauro come “il padre dei Napoletani” oppure ’o comandante del popolo. Ancora una volta, la verità storica coincide con "quello che non c'è" negli archivi del potere.
Continuando la sua ricerca, Valeria ha raccolto anche la voce del signor Giuseppe, novant'anni. “Anch’io ci credevo”, racconta l’uomo. “Avevo mandato due dei miei sei figli in una di quelle colonie a Sorrento, che lui finanziava per i bambini di famiglie bisognose. Poi successe una disgrazia”. La sua voce si abbassa. “Mio fratello abitava nel Rione Traiano con la sua famiglia. Era il 1963: il suo palazzo crollò durante i lavori di ‘consolidamento’. Suo figlio, mio nipote, perse una gamba. Aveva solo 12 anni. Tutte le cure mediche erano sulle spalle della famiglia, dato che non c’erano ospedali efficienti nell’area. Anche noi li aiutavamo per quanto possibile. Non ci fu nessuna inchiesta sul caso. Dicevano che si era trattato di un ‘incidente’. Ma se le fondamenta erano marce, perché non fermarono i lavori? Inoltre io stesso mi ammalai a causa del malfunzionamento della rete idrica e del sistema fognario del mio quartiere, Scampia”. Ancora oggi dalla sua voce traspare frustrazione. “Allora capii che le sue opere di carità erano in realtà tutte delle montature per avere il consenso popolare”, conclude.
Le testimonianze della signora Pina e del signor Giuseppe permettono di comprendere in modo concreto le conseguenze della mala edilizia prodotta durante il periodo del Laurismo, mostrando come decisioni politiche e interessi economici abbiano inciso direttamente sulla vita quotidiana delle persone.
Risulta importante far notare come questo fenomeno abbia generato spostamenti forzati verso le periferie, senza che ciò fosse accompagnato dalla creazione di servizi, trasporti, strutture sanitarie o opportunità lavorative sufficienti. Da ciò ne è derivata una condizione di isolamento e abbandono che ha reso questi quartieri fragili e vulnerabili, privi di una reale presenza dello Stato. Di conseguenza in questo vuoto istituzionale - un vuoto che rappresenta perfettamente "quello che non c'è" in termini di diritti e tutele - creato anche dalle politiche urbanistiche del periodo, si sono progressivamente inserite forme di illegalità e di controllo criminale, che hanno trovato terreno fertile nel disagio economico e sociale delle comunità espulse dal centro cittadino.
Da queste interviste si può dedurre anche attraverso quali porte la violenza e il crimine siano entrati nei bassifondi della città partenopea. Tutte le condizioni di degrado e disagio sociale generate dal laurismo hanno reso naturale che la violenza, lo spaccio e il crimine imperversino lì, dove ha regnato l’abusivismo edilizio.