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Il fiore di Ceibo

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Mancano due ore all’atterraggio. Osservo i fogli che ho tra le mani e ripenso a ciò che mi è accaduto nei giorni scorsi, a come sono stata ingaggiata dalla Fondazione Dalmine di Bergamo per ritrovare un gioiello di cui si ha solo la certificazione ufficiale. 

Per ora ho solo un nome, Miguel Romanchicas, l’uomo che ha firmato il documento cedendo il gioiello alla Fondazione, per il quale ora mi trovo su un volo diretto in Argentina.

Quando più tardi atterro nella città di Campana, nei pressi di Buenos Aires, subito mi dirigo verso l’azienda Siderca, dove Miguel lavora. All’ingresso noto un ragazzo alto, che mi osserva con sguardo attento.

Decido di chiedere informazioni a lui.

«Salve, sono Syria Moreno, cerco una persona che lavora qui, Miguel Romanchicas.»

Il ragazzo mi guarda con sorpresa.

«Salve, io sono Felipe Romanchicas. Miguel era mio padre. Come mai lo cerca?»

Rimango un istante in silenzio, per poi rispondere con decisione.

«Avrei bisogno di alcune informazioni riguardo ad un documento, posso chiedere a lei?»

Mi squadra per un lungo istante e poi annuisce.

«Certo. Diamoci del tu, seguimi.»

Felipe mi conduce in una stanza che sembra essere un archivio.

Qui l’aria è densa di polvere e odora di carta antica. 

Io gli spiego la situazione con entusiasmo mentre lui, ascoltando in silenzio, inizia a cercare tra scaffali e cassetti, senza però trovare nulla.

Decide quindi di spostarsi nella stanza adibita allo smistamento.

Lì qualcosa attira la sua attenzione: una scatola di cartone con sopra scritto il nome di suo padre. Non dice nulla ma il modo in cui la guarda mi incuriosisce. 

Mi avvicino insieme a lui, mentre Felipe la apre ed estrae un oggetto che, a differenza mia, non riconosce subito. 

Mi mostra, infatti, parte del gioiello di cui ero alla ricerca. Si tratta di una spilla dalla forma inconfondibile: un fiore dai petali allungati e leggermente incurvati verso l’esterno. 

Grazie al mio studio, riconosco che è proprio il fiore di Ceibo, simbolo dell’Argentina, emblema di forza e rinascita.

«Dov’è l’altra metà?» chiedo, trattenendo il fiato.

«Non ne ho idea... però aspetta, c’è anche una busta.»

Felipe apre la busta con attenzione. Al suo interno trova una lettera firmata dal padre e una fotografia. 

Mi passa la foto mentre inizia a leggere ad alta voce:

«Caro amico, ti ringrazio per l’oggetto che mi hai donato e per il tempo trascorso insieme a te e a tua figlia Syria. »

Io e Felipe restiamo in silenzio. Sposto lo sguardo sulla fotografia che ritrae due uomini che ridono; uno di loro tiene per mano una bambina. Io.

Felipe mi porge lentamente la busta, mostrandomi il nome del destinatario. Leggo Rafael Moreno. Mio padre.

«Non ci posso credere!» esclamo.

«Lo conoscevi?» mi domanda lui.

«Sì, è mio padre. I nostri genitori erano amici.»

Felipe abbassa lo sguardo sulla foto per poi sollevarlo e fissarmi con stupore. 

Nel frattempo la mia mente torna a quello che abbiamo scoperto. «Allora dove si trova l’altra metà?»

«Aspetta, dietro alla foto c’è scritto altro...»

Continua leggendo: “Non riesci a vederlo, ed è arrivato per trovare il pezzo mancante, guarda queste coordinate e ritorna dove tutto è iniziato: D 5° 21’ 07”

«Un indovinello!» esclama Felipe.

Rifletto per alcuni minuti. Non amo gli enigmi ma detesto ancora di più non risolverli.

«Un momento...ma per cosa sta la D?»

Poi l’intuizione: «Dalmine.»

«L’altra metà è alla Fondazione!» dico a Felipe, che mi risponde: 

«Allora le coordinate potrebbero indicare il numero dello stanza, dello scaffale e del ripiano dell’archivio.»

«Ma sì, certo, come ho fatto a non pensarci! Devo assolutamente tornare alla Fondazione e trovare il pezzo mancante. Prenoto subito il biglietto dell’aereo!”»

Felipe mi risponde: «Sono contento di averti aiutato, spero che tu riesca a trovare la parte mancante.»

Prima di partire ci promettiamo di restare in contatto.

Dopo alcune ore prendo posto in aereo. Penso a mio padre e mi chiedo se riuscirò veramente a risolvere questo mistero.

Atterro la mattina seguente e mi precipito alla Fondazione, con la speranza di aver interpretato correttamente l’indovinello. 

Nell’archivio regna il silenzio.

Mi dirigo verso la stanza numero 5 senza incontrare nessuno lungo il corridoio. 

Entro in un’enorme sala, piena di librerie e cerco lo scaffale 21. 

La mano mi trema mentre passo in rassegna i ripiani, scorrendo il dito sui numeri finchè non trovo quello contrassegnato con lo 07.

Davanti a me ho un ripiano colmo di libri, molti senza titolo. 

Mi avvicino e osservo con attenzione su tutti i volumi finchè il disegno di un fiore dorato, sbiadito dal tempo, sulla spina di un libro color porpora attira il mio sguardo. 

Afferro il libro, dal titolo, “Il fiore di Ceibo” e nell’aprirlo noto che si tratta di un finto libro, che funge, in realtà, da contenitore dell’altra metà della spilla. «Finalmente!» urlo.

Che cosa sta succedendo?” mi domanda l’archivista della Fondazione che accorre a vedere.

«Ho trovato il fiore di Ceibo!» le dico, tirando fuori dalla borsa il primo pezzo. 

Lei miraggiunge per osservare da vicino le due metà, le unisce e queste combaciano alla perfezione. 

La spilla è di nuovo intera e io ho terminato il mio incarico.

Quindi torno a casa, esausta per le giornate trascorse ma soddisfatta per aver raggiunto il mio obiettivo. 

Accendo il televisore e inaspettatamente, sullo schermo, leggo:

“Notizia del giorno: è stato riscoperto uno dei gioielli più prestigiosi, da tempo creduto scomparso...”. 

Mi siedo ad ascoltare il resto del servizio, quando qualcuno suona il campanello. 

Mi alzo, arrivo alla porta e prima ancora di averla aperta completamente sento incredula...

«Ci sei riuscita» resto bloccata di fronte a lui.