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L’ombra del Faldone 73
L’ombra del Faldone 73
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L’archivio era il mio posto sicuro, un luogo dove non mi aspettavo che potesse accadere qualcosa di strano.
Era un lunedì qualunque, sfogliavo i soliti faldoni e l’odore di carta vecchia mi nauseava. Io e Tiziano eravamo stati assegnati al riordino del settore Spedizioni estere 1945-1950. Un lavoro noioso, almeno finché non presi in mano il faldone numero 73.
Sfogliandolo, mi accorsi che qualcosa non andava: alcune pagine erano state strappate. Sembrava mancassero interi verbali risalenti al giugno 1949.
«Tiziano, guarda qua!» sussurrai, per poi proseguire: «Mancano i rapporti della spedizione in Argentina, c’è un buco di sei mesi».
Tiziano si avvicinò, sorpreso.«Sarà un errore di archiviazione, Antonio, succede spesso.»
«No!» ribattei, indicando i fogli strappati «Qualcuno ha voluto cancellare quello che è successo in quel viaggio.»
In quel momento Stefano, il nostro capo, passò nel corridoio. Si fermò di colpo, ci vide con il faldone tra le mani e si impanicò. Non disse una parola, tornò nel suo ufficio, e chiuse la porta a chiave.
Quella reazione mi stupì, ma fu la conferma che qualcosa non quadrava.
Nei giorni successivi io e il mio collega cercammo ovunque degli indizi.
Trovammo il manifesto di una mostra che si doveva svolgere nel 1950, dedicata a una spedizione in Argentina, ma che non fu mai inaugurata.
«Perché far sparire i documenti se tutto era già stato organizzato?» mi chiesi.
Poi a un tratto, in fondo a un cassetto, recuperammo una foto: raffigurava cinque giovani ragazzi vestiti eleganti, come se si trattasse di un evento importante.
Al centro c’era Stefano, il capo dell’azienda; sembrava un’altra persona: felice e pieno di vita, totalmente diverso dalla persona che vedevamo ogni giorno in ufficio.
Io e Tiziano decidemmo di andare a parlare direttamente con lui, per venire a capo della situazione. Ci dirigemmo verso il suo ufficio, ma non lo trovammo. Mentre lo cercavamo, squillò il telefono: era una chiamata proveniente dall’Argentina. Risposi io.
La polizia argentina mi chiese perché nessuna chiamata fatta in precedenza avesse mai ricevuto risposta, e se Stefano fosse disponibile per rispondere a delle domande.
Risposi che il capo non era reperibile al momento, e chiesi il motivo della telefonata.
La polizia mi spiegò che, durante degli scavi in Argentina in una vecchissima miniera, erano state ritrovate delle ossa umane. E per questo, la polizia aveva aperto un’indagine e scoperto che quelle ossa appartenevano a quattro uomini, tutti deceduti in seguito a un crollo improvviso. Successivamente riuscirono a risalire a tutte le informazioni, e di conseguenza, cercarono di contattare il capo.
Ringraziai e terminai la telefonata.
Con tutte queste informazioni mi resi conto che Stefano nascondeva veramente qualcosa e, poiché non si trovava nel suo ufficio, destò in me e in Tiziano ancor più sospetti, così come la porta nascosta dietro uno scaffale che non avevamo mai visto prima, scoperta solo perché aperta.
La porta conduceva a una stanza molto buia e ciò ci inquietó. Cercammo in ogni angolo qualcosa che ci potesse aiutare, un biglietto, un indizio o qualsiasi cosa utile per riuscire ad andare a fondo a questa situazione. A un tratto sentimmo dei rumori, fortunatamente mi accorsi di avere un accendino nella tasca, lo usammo per farci luce. In fondo alla stanza c’era un'ombra furtiva, ci avvicinammo: era Stefano. Appena ci vide scappò, ma riuscimmo a raggiungerlo. Aveva in mano tutti i documenti e, preoccupato per essere stato scoperto, con un gesto scattante mi rubò l'accendino di mano e diede fuoco ai fogli. Fortunatamente ne rimase uno, la prova effettiva che lui era un complice di quel crimine. Stefano, non avendo più vie di fuga, si sentì in dovere di raccontare la sua versione della storia.
«Iniziò tutto nell’aprile del lontano 1949. Io e quattro miei colleghi, Lucas, Cristiano, Fabrizio e Luigi, ci eravamo avventurati in Argentina, alla ricerca di un tesoro nascosto. Tutto procedeva per il meglio, arrivammo a destinazione senza alcun problema e iniziammo a cercare il luogo nel quale, secondo le nostre fonti, si trovava il tesoro. Si trattava di una vecchia miniera abbandonata, non troppo lontana dalla città di Buenos Aires, e anche se alla vista sembrava una trappola mortale, entrammo comunque senza pensarci due volte.»
«All’interno non si vedeva quasi nulla» proseguì, «quindi, uno dei miei compagni tirò fuori dallo zaino una torcia, che ci permise di andare avanti. Dopo due ore e mezza di esplorazione senza successo, ci fermammo a fare una pausa, e a riordinare le idee. Non capimmo come fosse possibile che dopo così tanto tempo non fossimo ancora riusciti a rintracciare questo misterioso tesoro.» Stefano era molto provato. «Iniziammo a discutere sul modo migliore di procedere: io e Fabrizio volevamo tornare indietro e cercare il tesoro un’altro giorno, mentre Lucas e gli altri, erano decisi a continuare. Visto che non riuscivamo a metterci d’accordo, ci separammo, una cosa che non avremmo mai dovuto fare. Io e Fabrizio stavamo cercando l’uscita, quando improvvisamente sentimmo gli altri chiamarci. Tornammo indietro di corsa, e li trovammo con il tesoro tra le mani. Ci mettemmo a festeggiare tutti insieme, contenti di aver finalmente portato a termine la nostra missione.»
«Mentre ci stavamo dirigendo all'uscita accadde il disastro: l’intero posto cominciò a tremare e per la preoccupazione di rimanere schiacciati, affrettammo il passo. La miniera stava iniziando a perdere la propria stabilità e a crollare su se stessa, e mentre tutto ciò accadeva, un masso cadde, schiacciando la gamba di Lucas. Ci fermammo per provare a liberarlo, ma il masso era troppo pesante, e mentre provavamo a salvarlo, io dovetti prendere una decisione importante: lasciare la miniera vivo o morire nel salvare i miei amici. Ero sotto shock e non ragionavo in modo lucido, mi sentivo sopraffatto, e l’unica cosa che mi venne in mente fu scappare; Non riuscii a credere di aver abbandonato i miei amici sotto quelle macerie; sapevo già che il senso di colpa mi avrebbe perseguitato a vita. Appena uscii vidi la miniera crollare interamente, schiacciando e seppellendo tutti, Non raccontai a nessuno di quanto accaduto e decisi di fare finta di nulla, per non rischiare di essere accusato della scomparsa dei miei compagni. Tornai a casa e nascosi il tesoro. Ancora oggi provo rimorso, ma ho fatto la cosa migliore che potessi, anche a costo della vita dei miei amici.»
Ero scioccato, non potevo credere alle mie orecchie, tutto ciò che avevo in mente era solo una domanda: «Stefano… il tesoro era effettivamente così importante da dover abbandonare tutti gli altri? Cos’era questo tesoro?».
Stefano abbassò lo sguardo, le mani che tremavano mentre giocherellava con l’accendino, ormai spento. Il suo volto, solitamente rigoroso, si contrasse in una smorfia di profonda amarezza. I suoi occhi, lucidi e arrossati, rivedevano quel terribile ricordo che per decenni aveva cercato di seppellire sotto colonne di faldoni impolverati. Tirò fuori da sotto uno scaffale una cassa di legno decorata d’oro, che ritraeva delle strane figure, forse religiose. Era avvolta da un velo nero e Stefano disse: «Non… non ho mai trovato il coraggio di aprirlo; ogni volta che mi avvicino sento il rimorso per la morte dei miei compagni».
Tiziano, stanco di aspettare, prese la cassa dalle mani del capo con forza, la appoggiò sul pavimento e la aprì… All’interno, oltre a qualche moneta antica e arrugginita, si trovava una piccola statua in legno intagliato, la rappresentazione di un'antica divinità Inca.
Sul retro era incisa una frase in una lingua che non conoscevamo, probabilmente molto antica, e nessuno di noi poteva tradurla. A quel punto, però, non aveva nessun senso fermarsi, quindi iniziammo a pensare a chi contattare. A Tiziano venne in mente il professor Rimotti, suo conoscente, che aveva dedicato tutta la sua vita allo studio di lingue e civiltà antiche.
Andammo a trovarlo e lui ci accolse a braccia aperte, molto curioso di scoprire cosa avevamo portato per lui; gli mostrammo la statuetta e gli chiedemmo se fosse in grado di tradurre la scritta incisa sul retro.
Lui era visibilmente stupito da ciò che riportava la statuetta e, dopo aver immediatamente compreso le sue origini, cercò tra i suoi libri.
Ci disse di aspettare un attimo, e dopo diversi minuti, tornò da noi con un sorriso soddisfatto. Ci disse: «La frase è scritta nel dialetto di un’antica popolazione spagnola. Il significato è: non riuscì a vederlo, ma arrivò. È una scritta collegata a un’antica leggenda, che parla di questa statuetta, portatrice di maledizioni, che, come recita la frase, porta a una fine inaspettata e imprevedibile di chiunque la trovi».
Dopo questa scoperta Stefano capì che la morte di tutti i suoi amici non era colpa sua ma della statuetta; si sentì sollevato, come se tutto il peso che questa storia gli aveva provocato fosse magicamente svanito, e per la prima volta dopo tanti anni si sentì libero. Dissi a Tiziano e Stefano di ritornare agli archivi e, durante il viaggio, proposi al capo di inserire insieme i documenti mancanti nel faldone 73, così da porre fine a questa storia. Mi sarei aspettato una risposta dubbiosa, o addirittura un no, ma venni sorpreso da un convinto «Sì!».
Questo mi fece notare come il capo fosse riuscito a superare il peso che lo perseguitava da anni e finalmente fosse tornato l'uomo che era un tempo, prima di quella maledetta spedizione che finalmente avevamo potuto archiviare.