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Il rumore nel silenzio

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Il rumore nel silenzio

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1956. Dalmine. 

Sandro era un operaio della fabbrica Tenaris, un’azienda siderurgica molto rumorosa. Le sue giornate erano caratterizzate da suoni assordanti e costanti martellamenti. Stridio del ferro, macchinari in movimento, persone che parlavano ad alta voce.

Ogni giorno Sandro tornava dal lavoro con una costante sensazione di dolore alla testa.

A fine turno, il rumore delle presse gli rimaneva in testa, un martellare lento e ostinato dietro le tempie. Il caldo dei forni sembrava ancora salirgli dalla nuca e gli occhi bruciavano come se avesse guardato troppo a lungo il metallo vivo. Non era un dolore improvviso, ma un peso continuo, familiare, come la polvere di ferro che permaneva nei suoi vestiti.

Arrivò un momento della sua vita dove si mise a cercare quello che non aveva: il silenzio,  la soluzione al suo malessere e al sentirsi sopraffatto.

Un giorno, una volta tornato a casa, si imbatté in una scatola piena di fotografie. Quando la aprì, un odore leggero di carta vecchia e cartone invase la stanza. Le fotografie erano impilate senz’ordine, alcune in bianco e nero, altre leggermente ingiallite dal tempo. Sandro le prese in mano una a una, sedendosi al tavolo della cucina ancora in silenzio, come se temesse di disturbare qualcosa.

Erano fotografie di viaggi passati, scattate molti anni prima. Sul retro di alcune c’erano annotazioni a matita: nomi di luoghi, date, parole brevi.
“Mar de la Plata, estate.”
“Liguria, mattina presto.”
“Silenzio in strada.”

Quella parola lo colpì: silenzio.

Sandro restò a lungo a guardare quelle immagini. Non erano solo posti lontani: sembravano luoghi senza rumore, spazi in cui la testa poteva finalmente smettere di martellare. Sentì nascere dentro di sé un desiderio nuovo, semplice e ostinato quanto il battito delle presse: voleva andarci. Voleva trovare quei posti e scoprire se il silenzio esisteva davvero.

Ma tra quelle fotografie della scatola, alcune lo colpirono più delle altre.

Una mostrava cinque uomini davanti a una grande statua a forma di leone marino, in una piazza ampia e luminosa. Indossavano abiti eleganti ma semplici, con le maniche arrotolate e le giacche leggere. Avevano l’espressione rilassata di chi è lontano dal lavoro. Uno di loro teneva una macchina fotografica, come se quel momento fosse da conservare. 

Un’altra foto era ancora più vivida. Tutta la famiglia si stringeva sorridendo accanto a un autobus. I volti erano vicini, inclinati verso l’obiettivo, come se stessero ridendo proprio mentre veniva scattata la foto. Sandro riconobbe alcuni volti: suo padre, sua sorella, sua mamma. Quelle non erano solo immagini di luoghi. Erano la testimonianza di un momento felice, di giorni diversi da quelli passati in fabbrica.

Guardandole, Sandro provò a immaginare i suoni di quegli istanti.

Non il martellare del ferro, ma il vociare allegro di una compagnia.
Il motore dell’autobus acceso.
Le risate durante il viaggio.
Il vento durante una passeggiata sul lungomare.
I passi sulla pietra della piazza.
Una macchina fotografica che scatta.

Per la prima volta capì che quelle fotografie non raccontavano il silenzio. Raccontavano un altro tipo di suono: quello della vita quando non pesa.

 

Fu allora che decise di partire.

Raggiunse la città della prima foto: Mar de la Plata, Buenos Aires, Argentina. Quando arrivò nella piazza, restò fermo a lungo nello stesso punto della fotografia. Il luogo non era silenzioso: c’erano bambini che correvano, persone che parlavano, il vento che arrivava dal mare. Ma il suono era aperto, largo, come lo spazio intorno.

Chiuse gli occhi. Provò a immaginarsi lì, con gli amici, il giorno dello scatto. Le voci sovrapposte, una battuta, qualcuno che chiamava: “Avvicinatevi!”. Il clic della macchina fotografica.

Per la prima volta, un rumore gli portò calma invece che dolore.

Il viaggio continuò. Cercò anche il luogo della seconda foto. Non trovò più lo stesso autobus, ma trovò la stazione, con il via vai delle partenze, il rumore delle valigie, i saluti gridati, il rombo dei motori accesi.

Capì allora che stava inseguendo qualcosa di diverso dal silenzio. Non era riuscito a vederlo, ed era arrivato.

Non voleva il silenzio.
Voleva suoni che avessero un senso.

Si improvvisò esploratore e visitò tutti i luoghi delle fotografie. Una volta al mese, nel weekend partiva per un viaggio diverso.

Quando tornò a casa, riguardò le fotografie insieme a quelle che aveva scattato lui. Accanto alla statua, aveva fotografato la piazza piena di gente. Alla stazione, aveva catturato un autobus in partenza.

Ora ogni immagine aveva un suono nella sua mente: risate, passi, vento, voci lontane.

E lentamente comprese ciò che la fabbrica gli aveva tolto per anni.

Non era il rumore il nemico.
Era il rumore senza vita, senza pausa, senza filtri.

Quelli delle fotografie, invece, erano suoni leggeri, suoni che persistevano, come le immagini, ma senza ferire.

Da quel momento, Sandro non cercò più il silenzio assoluto.
Cominciò a cercare i suoni giusti.
Quelli che, come una fotografia, sapevano raccontare una storia.
Aveva imparato ad ascoltare.

E, per la prima volta dopo anni, il rumore dentro la sua testa non era più un martello, ma qualcosa di lontano, quasi confuso tra tutti gli altri suoni del mondo.

 

Sandro tornò in fabbrica, ma non era più lo stesso uomo di prima. Per la prima volta, percepì i rumori delle presse in modo diverso. Il tramestio dei macchinari in movimento era la prova tangibile di una comunità che lavorava insieme per costruire qualcosa di reale; il vociare dei compagni che prima lo infastidiva, ora gli ricordava le risate delle persone che aveva incontrato durante i suoi viaggi.

Capì che anche quel rumore faceva parte della sua storia: non era più un nemico, ma la colonna sonora della sua fatica.

Quando a fine turno uscì dai cancelli della Tenaris, il silenzio della sera non era più una fuga, ma una pausa serena.

Per la prima volta, Sandro sorrise ascoltando i rumori alle sue spalle: aveva imparato che ogni suono, se ascoltato nel modo giusto, poteva diventare musica.