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Un'illuminazione inaspettata
Un fanciullo spensierato, un adulto combattuto, una pistola segreta, un conclave contrastato: aneddoti e vita vissuta di un celebre Papa che ha segnato la storia dei pontificati.
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Un'illuminazione inaspettata
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Nel conclave si respirava un’atmosfera tesa, le stanze chiuse illuminate da candele e le ombre che si muovevano sui muri. I cardinali erano isolati, ma era come se le grandi potenze controllassero ogni loro decisione. Un giorno era addirittura avvenuto che l’Imperatore Giuseppe e suo fratello Leopoldo di Toscana erano entrati nel conclave con la spada alla cintura, un’assurda intromissione! Tre mesi, centosettanta votazioni. I cardinali, in piccoli gruppi, bisbigliavano con volti seri e preoccupati. Nessuno si sentiva sicuro della scelta da fare. Il problema più grande erano i Gesuiti: troppo importanti per la Chiesa per essere eliminati, troppo scomodi per i sovrani poter sopravvivere. Chiunque sarebbe diventato Papa avrebbe dovuto cercare una soluzione impossibile da trovare.
Marcantonio Colonna, circondato dai suoi alleati, sorrideva. Il viso tanto allungato e pieno, da vero principe della nobiltà romana. Da diverse votazioni il suo nome era il più scritto. Il suo era il sorriso di chi stava per diventare Papa. Dall’altro lato del tavolo stava, serio, Lorenzo Ganganelli. Aveva un viso rotondo e pieno, con fronte alta e occhi tranquilli, sormontati da folte sopracciglia nere, come i suoi capelli. Il suo sguardo era gentile, l’aspetto semplice e cordiale. Era l’esatto opposto di Marcantonio: quello arcivescovo di Corinto, lui neppure vescovo; quello un principe vissuto tra Roma e Napoli, lui invece figlio di un medico di campagna vissuto tra le valli del Conca, a Monte Cerignone, quando ancora non si chiamava Lorenzo, bensì Gian Vincenzo. Quando iniziò una nuova votazione, Lorenzo chiuse gli occhi e tornò con la memoria alla sua infanzia, a quel paesino, alla casa dei nonni materni in cui si era trasferito dopo la morte del padre.
Si ricordò di una sera in cui era andato a letto prima del solito, ma non era riuscito ad addormentarsi: continuava a immaginarsi come sarebbe stato il giorno dopo, il primo giorno in una nuova scuola. La mattina Gian Vincenzo era arrivato con largo anticipo davanti al cancello ancora chiuso. Vedeva arrivare tanti altri bambini e tutti chiacchieravano come se fossero già tutti quanti amici; lui invece non conosceva nessuno. Poi un frate aprì il cancello e tutti i bambini corsero dentro, ma non Gian Vincenzo. Abbracciava nonna Alessandra e non voleva che andasse via; lei lo rassicurò dicendogli che si sarebbe fatto tanti amici.
Gian Vincenzo si costrinse a entrare e si sedette in uno degli ultimi banchi vuoti, vicino a due bambini che si chiamavano Luigi e Vittorio e si rivelarono subito molto simpatici. Alla fine delle lezioni, i tre si misero d’accordo per vedersi quel pomeriggio per giocare insieme, iniziando così a incontrarsi quasi ogni giorno. Tutti e tre avevano una grande passione per la natura: facevano lunghe passeggiate nei boschi vicino a Monte Cerignone, osservando animali e piante; una volta disegnarono una grande mappa del paese per non perdersi più. Quei momenti erano semplici ma importanti, perché li aiutavano a conoscersi meglio. La loro amicizia diventava ogni giorno più forte e ogni litigio si risolveva perché si volevano troppo bene per potersi separare.
Anche se avevano caratteri diversi, andavano sempre d’accordo. Luigi era il più vivace del gruppo: gli piaceva giocare, fare battute e coinvolgere tutti nelle sue idee. Vittorio, invece, era coraggioso e generoso, aiutava sempre i compagni in difficoltà . Gian Vincenzo invece era più tranquillo e riflessivo, amava leggere, era un alunno attento che studiava non per i bei voti, ma perché era curioso e voleva imparare. I tre, a volte, inventavano gare e sfide, altre volte parlavano dei loro sogni: si chiedevano come sarebbe stata la loro vita da grandi e immaginavano il loro futuro. I suoi amici presto notarono in Gian Vincenzo un lato più serio e profondo: mostrava un interesse sempre più grande per la religione e spesso cercava rifugio nella solitudine: gli piaceva stare in chiesa, ascoltare le preghiere e riflettere sulle parole dei sacerdoti, meditare davanti alla croce.
In una giornata piovosa, dopo aver salutato i compagni, Gian Vincenzo entrò nella chiesa di San Biagio per recitare il solito rosario. Dopo aver detto qualche corona, si addormentò sotto la croce in un sonno profondo, finché un rumore proveniente dall’altare non lo risvegliò. All’inizio vide solo una luce abbagliante che quasi lo fece inciampare, ma pian piano gli parve di vedere una figura angelica: era suo padre Lorenzo. “Figliolo carissimo” disse una voce soffusa “la tua onestà , il tuo amore verso il prossimo, la tua dedizione a Dio e alla preghiera ti condurranno da grande verso un’alta spiritualità . Io ti accompagnerò sempre, qualunque scelta tu faccia”. Gian Vincenzo provò a ribadire, ma non ne ebbe il tempo: luce e voce erano sparite lasciandolo con il dubbio che si fosse trattato di un sogno. Da quel momento, ogni giorno quell’immagine tornava alla sua mente, ma non ne fece mai parola con nessuno, neppure con i suoi compagni, ma la sua strada ormai era segnata.
Iniziò così gli studi per il sacerdozio e si iscrisse al seminario dei Gesuiti di Rimini. Addio a Monte Cerignone, ai boschi e al suono delle acque del fiume Conca! Non appena era arrivato al seminario, l’aveva odiato. Si parlava poco della fede, molto di politica, poco di Cristo e molto dei re d’Europa. Si era lamentato con padre Gaetano, ma lui gli aveva detto che i Gesuiti dovevano servire il papa come soldati, anche influenzando le corti europee. Lo aveva pure rimproverato e lui era rimasto scioccato. Capì di non voler essere un Gesuita e presto lasciò Rimini.
Aveva diciassette anni quando tornò ai boschi appenninici, a Urbino, tra i frati Scolopi. Era ancora confuso, ma sentiva dentro di sé il desiderio di aiutare gli altri. Poi conobbe frate Antonio, un francescano che gli raccontò la vita di San Francesco e gli spiegò quanto fosse bello vivere con semplicità , pregare e stare vicino ai poveri. Quelle storie e quelle parole gli fecero trovare finalmente la serenità e la sicurezza: lasciò gli Scolopi, entrò nel convento francescano di Urbino e - dopo qualche mese, a Mondaino - divenne un francescano. Quando gli chiesero quale nome religioso avesse scelto, si ricordò dell'apparizione nella chiesa e al volto luminoso di suo padre. “Lorenzo”, rispose.
Per due volte lo proposero come Generale dell’Ordine, ma per due volte aveva rifiutato. Solo quando il papa lo aveva fatto Cardinale non se l’era sentita di rifiutare, ma fu felice di sapere che il paese di Monte Cerignone aveva organizzato una grande festa in suo onore a cui però ebbe la fortuna di mancare.
In quei giorni infatti era appena tornato a Monte Cerignone un certo Domenico F, di cui la storia ormai si è dimenticata. Era nato e vissuto lì per vent’anni, ma poi aveva esplorato le giungle brasiliane per il Re di Portogallo. Era appena tornato e aveva trovato il paese in festa. Domenico aveva vissuto in un altro mondo: le mani segnate dal sole e dal sale, aveva vissuto anni tra fiumi enormi e foreste infinite. Aveva conosciuto il popolo dei Guayra, che i portoghesi trattavano come bestie, che lavoravano duramente per una manciata di mais. L’unica cosa buona che aveva visto laggiù erano i Gesuiti: aiutavano, aprivano scuole, curavano i malati. Domenico odiava tutto della Chiesa tranne che i Gesuiti; ma sapeva che la Chiesa voleva abbandonarli e pure che Ganganelli aveva odiato stare nella loro scuola. Pensò che non c’era nulla da festeggiare.
Domenico a Monte Cerignone aiutava il Comune con qualche lavoretto: aggiustava mobili e riordinava l’archivio nei caldi pomeriggi di luglio. Era rimasto solo a spostare un vecchio mobile, quando all’improvviso, tirando, si aprì di scatto un cassetto segreto che custodiva due oggetti: una vecchia pistola ed una bomba rudimentale. Il rumore della festa fuori dalle finestre lo infastidiva, perché lui pensava ai pianti dei Guayra. Non c’era nessuno lì dentro: si infilò le armi sotto la giacca ed uscì furtivamente dall’archivio.
La festa procedeva splendidamente: i bambini giocavano insieme e gli adulti bevevano tra i tavoli sparsi per le strade. Poi arrivò Domenico, col volto cupo, la pistola in mano e la bomba in tasca; raggiunse il centro dello stradone, sotto l’orologio, estrasse la bomba, alzò la pistola al cielo e sparò. Scoppiò subito il panico: i bambini urlarono, gli adulti fuggirono e ribaltarono una bancarella, mentre il proprietario cercava di salvare almeno la cassa piena di monete. Domenico si guardò attorno, vide il caos che già regnava e decise che usare la bomba sarebbe stato troppo. Gettò la pistola scarica a terra, si infilò tra la folla come uno dei tanti spaventati e poi fece i bagagli e sparì. Nei giorni seguenti nessuno lo trovò più; l’unica traccia fu un messaggio inchiodato alla porta della chiesa: “Non siete riusciti a vedermi, ma io ero arrivato”. I montecerignonesi erano spaventati dal messaggio, dalla pistola e dalla bomba lasciate in mezzo al paese, ma anche sollevati: non era morto nessuno. Il medico Giuseppe Peruzzi posò una mano sulla spalla di don Tommaso e sussurrò: “Alla fine non è andata male, che Ganganelli non sia venuto, non trovate?”.
Lorenzo smise si ricordare e si ritrovò nel Conclave. Aveva sentito il suo nome essere pronunciato tante volte: erano voti per lui. Marcantonio Colonna lo guardava storto: come osava un misero frate francescano superare un principe italiano? Quella notte Lorenzo si chiese se i cardinali fossero impazziti e non dormì affatto. Per cinque giorni il suo nome fu in testa e Lorenzo iniziò ad avere il capogiro: i voti scorrevano sul tavolo come l’acqua lungo il Conca. Lorenzo pregò Dio di dargli una risposta chiara, prima che fosse troppo tardi. E Lorenzo non riusciva a vederla, ma era arrivata.
Sul balcone di piazza San Pietro, Lorenzo ritornò per un attimo all’infanzia spensierata, alle colline del Montefeltro, a Luigi e a Vittorio che lo chiamavano Gian Vincenzo. Ma lui ora si chiamava Clemente XIV.