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Un ricordo improvviso

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Scuola/Classe: III A (secondaria I grado), I.C. Bovio Cavour Alessandria

Una giovane ragazza trova nella soffitta di casa sua, tra vecchi scatoloni e un ragno grande e peloso, un malconcio taccuino appartenuto al nonno, incuriosita inizia a leggerlo e scopre che è un vero e proprio diario. Da questo momento la protagonista viaggia tra i ricordi del nonno per scoprire "quello che non c'è".

Autori:
Abouzeid Ahmed Reda Aboumossallam Mohamed Ahmed, Cekrezi Luena, Cozzo Giada, Mema Stiv, Ozuni Sindi, Pellicano Campisi Giacomo Pietro, Rava Vittoria, Scognamiglio Andrea Carlo, Tirinato Giulio, Torlasco Filippo Fausto.

CREDITS

Dalla lettura del brano "Bauci" tratto da le "Città invisibili" di Italo Calvino e dalla consultazione del fondo Upi dell'archivio Isral di Alessandria

UN RICORDO IMPROVVISO

 

“Vai a mettere in ordine la soffitta, lì sopra tra poco non ci si passa più”.
Era da un po’ che la mamma me lo ripeteva e io ho sempre trovato una scusa per evitare di farlo, ma oggi non sapevo più cosa inventarmi. In aggiunta, ho paura dei ragni e penso di essere allergica alla polvere, perché, appena ho messo piede lì dentro, ho iniziato a starnutire all’infinito. Era buio, pieno di ragnatele e di scatoloni, infatti, credo che fossero in questa casa da più tempo di me. Solo per trovare l’interruttore della luce ho dovuto spostare metà soffitta. Ad un certo punto, quando stavo muovendo le scatole più grandi, ho sentito qualcosa salirmi lungo la schiena: un grosso ragno si era arrampicato sulla mia spalla e io, per un momento, mi paralizzai, poi lo fissai ed era lì che mi guardava con quegli occhietti rossi, tanto piccoli quanto però numerosi. D'istinto scossi la schiena e iniziai a correre per tutta la soffitta ma lui non ne voleva sapere di levarsi di dosso. In tutta quella confusione andai a sbattere contro il vecchio armadio accanto alla porta, prendendo una bella testata, ma almeno il ragno si era staccato dalla mia spalla e si era andato ad infilare sotto un’asse del parquet che era leggermente rialzata. Stesa a terra, con una mano sul bernoccolo che mi ero procurata, cercai di appoggiarmi a qualcosa per rialzarmi. Mi cadde l'occhio su una scatola caduta dalla cima dell'armadio che stranamente era diversa da tutte le altre, che erano normali scatole da trasloco, ma questa era una strana scatoletta rossa con diverse decorazioni tutte intorno, avvolta e sigillata da un grande fiocco dorato. Volevo andare a chiedere a mia madre cosa fosse, però in quel momento la curiosità mi travolse e la aprii iniziando a sfilare delicatamente il fiocco e l’emozione aumentava sempre di più. Tolsi il coperchio con l’aspettativa che all’interno ci fosse qualcosa di straordinario, ma la gioia scomparì quando vidi che vi era solamente un vecchio taccuino in pelle impolverato. Stavo per gettarlo via con l’altra roba da buttare, quando però, spolverandolo un po’, notai che sulla copertina c’era scritto il nome del mio bisnonno: “Oreste Lanni”.

 

Non girano belle voci su di lui in famiglia: mamma dice sempre di non parlarne davanti alla nonna, però a volte è nonna stessa a tirare fuori l’argomento sul modo in cui lui, ad un tratto, abbia lasciato la famiglia per andarsene e tornare solo molto tempo dopo, portando un dono per scusarsi. Da quello che dice mamma, infatti, non è stato accolto molto caldamente al suo rientro. Di lui, poi, non ho saputo più niente. A proposito di questo, ho pensato che quel taccuino avrebbe potuto fornirmi delle risposte su di lui, per cui, mi sedetti su uno scatolone e iniziai a sfogliare le prime pagine e a leggere con profonda attenzione.

 

13 aprile 1951.
Non so ancora che cosa sia successo, però, da quando sono entrato nel capanno degli attrezzi, tutto sembra diverso. Sono andato a prendere una chiave inglese e mi sono annotato sulla lavagna lì vicino il numero del falegname per fargli sistemare l’anta del cassetto in cucina, che a momenti cadeva. Ora, però, tutto è insolitamente strano: la mia famiglia, la casa e il pollaio non ci sono più. C’è solo il capanno da cui sono uscito, poi ci sono i campi, solo campi e nient’altro. Un passo davanti all’altro, verso l’orizzonte, magari è un’allucinazione o magari sto sognando. Non ho molte risposte in questo momento, ma una cosa è certa: non sono a casa. Correvo, correvo più veloce, sempre più veloce, talmente veloce che ad un certo punto non stavo dietro alle mie stesse gambe e sono inciampato su me stesso, cadendo in mezzo al campo di grano. Rialzandomi, dolorante, mi sono voltato indietro e mi sarei aspettato di trovare altri campi da quanto avevo corso, ma oltre ai campi c’era anche un capanno, il mio capanno. Mi sono rimesso a correre al punto di non avere più fiato, mi sono girato, ma il capanno era ancora lì. Un’altra volta: correvo e mi giravo; il capanno non si allontanava. Dopo diversi tentativi ho deciso di rinunciare e mi sono sdraiato a terra esausto, guardando il cielo. Dove sono? Perché sono qui? Cosa succede? Le ho provate tutte, qualsiasi cosa che mi sia venuta in mente, tranne una: rientrare nel capanno. La luce, non so come, si accendeva, mentre io ho stravolto tutto in cerca di un qualsiasi indizio che mi aiutasse a capire ciò che stava succedendo. Tutto è come l’ho lasciato l’ultima volta che ci sono entrato, eccetto il numero che avevo segnato sulla lavagna, quello era cambiato. Non è che quel numero significava qualcosa? Inizialmente non ci ho dato molto peso, del resto, tutto sembrava strano e io ero stanchissimo. Mi sono sdraiato per terra e mi sono addormentato.

 

Leggendo questa prima pagina, capii che dovevo scavare più a fondo.
14 aprile 1951.
Mi sono svegliato a mattina già inoltrata e sono tornato a studiare il capanno. Dopo qualche momento trascorso lì dentro, ho deciso di uscire per prendere una boccata d’aria. Stavolta non c’erano campi, né spazi aperti: questa volta c’erano solo palazzi e grattacieli che circondavano il capanno. D’istinto ripensai alla lavagna e al numero scritto sopra di essa. Era cambiato di nuovo. A questo punto mi era tutto più chiaro: avevo la sensazione che quei numeri alla lavagna, di cui prima non ne capivo il significato, avessero a che fare con questo mio viaggio. Mentre camminavo in cerchio, pensando a un qualche collegamento tra di loro, sono quasi inciampato sui piedi e solo quando riesco a riprendere l’equilibrio, confuso su cosa effettivamente mi abbia fatto quasi cadere, guardavo in basso e notavo che vicino al piede destro c’era un piccolo rialzamento dell’asse del pavimento. Con un po’ di fatica, sono riuscito ad alzare il resto dell’asse e a notare sotto di essa la presenza di un plico di fogli. Incuriosito, ho deciso di prenderli e in particolare un foglio ha attirato subito la mia attenzione: su quel foglio c’era l’immagine del posto in cui mi trovavo ieri e sotto di essa c’era scritto il nome del luogo e quelle che, solo in un secondo momento, ho realizzato essere gli stessi numeri presenti ieri sulla lavagna. Erano delle coordinate geografiche! Come ho fatto a non pensarci prima?
Sconvolto da questa mia scoperta, sono uscito fuori con i fogli in mano a prendere un po’ d’aria, con la speranza di arrivare alla verità, ma, mentre sollevavo lo sguardo, ho notato delle montagne sullo sfondo, segno che il mio viaggio proseguiva verso una nuova destinazione. La stanchezza, causata dalla ricerca di una risposta, è sempre più forte e anche se non sono molto lucido in questo momento, ti giuro, caro diario, che proprio mentre stavo tornando, ho sentito dietro alle spalle una voce che diceva: “Non riesce a vederla. Ed è arrivata”.

 

L’esplorazione fra quelle pagine di diario continuava, mi trascinava come un fiume in piena.
14 aprile 1952.
Non so di preciso a chi appartenesse quella voce che ancora oggi, ad un anno di distanza, mi tormenta durante i miei sogni, anche perché quando mi sono girato non c’era nessuno, ma, a dire il vero, non ci ho prestato più di tanta attenzione, invogliato dall’idea di tornare finalmente a casa. Mi ricordo solo di aver ripreso i fogli, di averne notato uno più trascurato degli atri e che fu proprio quest’ultimo a farmi battere il cuore, perché su di esso c’era scritta la via di ritorno verso casa. Il problema? Le ultime tre cifre delle coordinate erano bruciate. Inutile dirti, caro diario, che da quel momento è partita la caccia agli ultimi tre numeri, anche se non starò qua a raccontarti quanti tentativi diversi, quanti errori, quanti pianti, quanti posti meravigliosi, orribili, spaventosi, pericolosi, io abbia visto. Ad un certo punto, non so dire di preciso quanti luoghi io abbia visitato, mi sono semplicemente arreso e seduto su una roccia. Mentre osservo degli anatroccoli seguire la loro mamma, mi viene in mente, per puro caso, un ricordo lontano, che consisteva sostanzialmente in me stesso, da bambino, nella foresta, che seguivo mio nonno in una delle nostre annuali avventure di campeggio vicino a casa. Proprio mentre gli camminavo accanto e gli chiedevo se ci fossimo persi, lui mi disse: “Oreste non potrai mai perderti se ti ricordi questi semplici otto numeri magici che ti portano subito a casa” ed aveva proceduto poi con una noiosa lezione sui punti cardinali e altra roba di geografia che francamente ad un bambino di otto anni non poteva interessare così tanto.

 

Fu un attimo. Un ricordo improvviso. Una corsa a perdifiato verso il capanno e poi: “Emma è pronto a tavola, scendi! Sistemerai dopo!”.
La voce di mamma mi fece sussultare tanto ero immersa nella lettura, così scesi con la speranza nel cuore di tornare in quella soffitta per tuffarmi nelle avvincenti avventure del nonno.