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Anamnesis

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Fabriano - Piazza papa Giovanni Paolo II, 11
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Scuola/Classe: III B - Liceo Scientifico V. Volterra di Fabriano

Anamnesis è una città misteriosa e mutevole, impossibile da raggiungere seguendo una mappa precisa: vi si arriva solo quando il viaggio smette di essere una scelta razionale e diventa un movimento istintivo.
Un esploratore vi giunge quasi senza accorgersene e scopre una realtà sospesa tra ordine cosmico e memoria umana. Nella grande piazza centrale osserva incisioni che ricordano insieme costellazioni, mappe incomplete e tracce di ricordi. Sotto la città, negli archivi, gli abitanti registrano ogni gesto e ogni parola, cercando di dimostrare che nulla accade per caso.
Tuttavia comprendono anche che ogni memoria modifica ciò che viene ricordato: la città stessa cambia a seconda degli sguardi e dei racconti di chi la vive. L’esploratore capisce progressivamente che Anamnesis non è fatta soltanto di ciò che esiste, ma anche di ciò che viene ricordato. Come le stelle diventano costellazioni solo attraverso lo sguardo umano, così la città prende forma attraverso la memoria. Ordine e mutamento, realtà e interpretazione convivono senza mai coincidere del tutto.
Alla fine comprende che il senso di Anamnesis non consiste nel possedere una verità definitiva, ma nell’intuire un’armonia invisibile che attraversa ogni cosa: il cielo, i ricordi, il tempo e i gesti umani. Lascia così la città senza aver risolto ogni dubbio, ma libero dalla paura di aver scelto la strada sbagliata, riconciliato con l’idea che tutto partecipi a un ordine più grande, impossibile da afferrare completamente ma sempre presente.

CREDITS

Anamnesis intreccia suggestioni platoniche, borgesiane, calviniane, proustiane e agostiniane, costruendo una città simbolica in cui memoria, tempo e ordine invisibile si sovrappongono, e dove la verità non viene posseduta ma soltanto intuita attraverso segni, ricordi e relazioni.

ANAMNESIS
(la città come memoria e come cosmo)

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«La città dei vivi è finzione al suo meglio, un particolare tipo di finzione che soffia vita nei documenti del reale»

Domenico Starnone

Si chiama Anamnesis, un nome solenne e sonoro che si consuma mentre lo si pronuncia, come certi ricordi che non si riescono a trattenere del tutto, che sembrano contenere già in sé due direzioni: una rivolta al cielo, l’altra a ciò che resta dentro. Non si raggiunge seguendo una strada precisa. Si arriva quando il bisogno di scegliere un percorso si affievolisce, quando il cammino smette di essere una decisione e diventa pura istintività. Per questo nessuna mappa riesce a trattenerla davvero: ogni disegno ne restituisce solo una forma parziale, o forse soltanto personale.

 

Un esploratore giunse ad Anamnesis senza sapere quando avesse smesso di scegliere un itinerario. Ricordava un sentiero tra molti, poi soltanto il movimento. Sopraggiungeva il dubbio: sarebbe potuto arrivare altrove?

 

La prima cosa che vide fu una piazza ampia, lastricata di pietre chiare che riflettevano la luce come acqua immobile. Su di esse erano incise linee sottili: alcune ricordavano costellazioni, altre sembravano mappe interrotte, altre ancora si piegavano come traiettorie che cercavano un centro invisibile. Eppure, osservandole più a lungo, capì che non erano solo disegni del cielo: somigliavano anche a tracce di memoria, a percorsi che qualcuno aveva tentato di ricostruire senza riuscire a chiuderli davvero.

 

Il viaggiatore alzò lo sguardo. Il sole attraversava lo spazio senza esitazione; più tardi la luna avrebbe preso il suo posto. Ogni cosa seguiva il proprio tempo, senza sforzo. E tuttavia ciò che si lasciava vedere non coincideva mai del tutto con ciò che lo presiedeva. Come le linee sulla pietra: sembravano precise, ma non combaciavano mai con il cielo sopra di esse.

 

Attorno alla piazza si aprivano scale che scendevano in archivi. L’esploratore vi entrò. Nei corridoi sotterranei trovò registri innumerevoli: ogni gesto era annotato, ogni parola collegata a un’altra, ogni evento inscritto in una rete di relazioni. Non vi si raccontava semplicemente ciò che era accaduto. Si tentava di spiegare perché non sarebbe potuto accadere diversamente. I diagrammi ricordavano mappe celesti, e allo stesso tempo rimandavano a intrecci di ricordi: tentativi di dare forma a qualcosa che forse nasceva senza chiedere di essere ordinata.

 

Gli abitanti sostenevano che nulla fosse lasciato al caso. Anche l’imprevisto era registrato, come il passaggio di una cometa. Eppure parlavano piano, con cautela, perché sapevano che ogni parola avrebbe potuto modificare la città. Non chiedevano «cosa è successo?», ma «cosa ricordi?». E la risposta, ogni volta, cambiava le linee, le stanze, perfino gli archivi.

 

L’esploratore lesse, osservò, collegò. Più i legami si moltiplicavano, più gli sembrava che l’ordine venisse inseguito, non posseduto. I registri non contenevano il disegno: racchiudevano il tentativo incessante di afferrarlo, come la memoria che trattiene senza fissare davvero.

 

Risalì in superficie con una sensazione che non seppe nominare. La notte tornò nella piazza, la luce della luna cadeva sulle pietre senza essere trattenuta, le incisioni emergevano appena, come se non volessero imporsi. Sopra, le stelle brillavano ciascuna per sé, e tuttavia sembravano comunicare, come se custodissero una lode silenziosa. Solo lo sguardo le costringeva a diventare figura, solo il ricordo invitava le cose a restare.

 

Rimase a lungo immobile. Poi qualcosa si chiarì, non nelle linee, né nel cielo, né negli archivi, ma in ciò che li attraversava tutti. Il giorno ritornava, la notte seguiva, il vento passava senza lasciare traccia, eppure qualcosa permaneva e, come i ricordi, mutavano, si sovrapponevano, scomparivano, e tuttavia costruivano ciò che restava.

 

Camminando per la città, incontrò un bambino che indicava una fontana: disse di aver imparato lì a parlare, ascoltando l’acqua. L’esploratore guardò, e la fontana comparve. Poco più lontano, un anziano ricordava una bottega nello stesso punto: il pane caldo, la campanella sulla porta, le mani esperte del panettiere. L’esploratore guardò di nuovo, e vide anche quella. Non una al posto dell’altra, ma entrambe, come linee che non coincidono ma non si escludono.

 

Capì allora che Anamnesis non era fatta solo di ciò che era, ma di ciò che era stato ricordato. E come il cielo non si lascia ridurre alle sue costellazioni, così la città non si lasciava chiudere nei suoi archivi.

 

Fu in quel momento che il pensiero emerse, netto, senza sforzo: non riusciva a vederla e capì che era arrivato. Non solo lui, ma ogni cosa. Ogni stella nel suo corso, ogni ricordo nel suo mutare, ogni gesto nella città. Tutto seguiva un ordine che non si offriva mai interamente allo sguardo, e proprio per questo non veniva mai meno.

 

Le incisioni sulla pietra non erano un errore del cielo, né un difetto della memoria. Erano il segno di un ordine che non coincideva mai con la sua immagine. Un ordine che si lasciava intuire, ma non possedere.

 

All’alba, la piazza si riempì di luce. L’esploratore guardò le linee, poi il cielo sopra di esse. Non cercò più di farle combaciare; gli sembrava che rappresentassero la stessa cosa, ma in modi che non si lasciavano ridurre.

 

Quando abbandonò la città, non ebbe risolto il suo dubbio, tuttavia camminò senza più temere di sbagliare strada. Nel suo passo, questa volta, ci fu qualcosa di leggero, come se ogni cosa, la luce del sole, il chiarore della luna, il soffio dell’aria, e persino ciò che aveva dimenticato, partecipassero ad una stessa, silenziosa, armonia.

 

E forse Anamnesis continua a esistere proprio così: non come un luogo preciso, ma come intreccio invisibile tra ordine e memoria, tra ciò che accade e ciò che resta.