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Nemo
In questo racconto ispirato alle atmosfere de Le città invisibili, Kublai Khan, ormai esploratore delle città narrate da Marco Polo, giunge in una città enigmatica e sfuggente, definita dalla sua stessa impossibilità di essere davvero vista. Circondata da mura-specchio che riflettono e deformano ogni immagine, la città si fonda sull’assenza, sulla memoria e sul peso di ciò che è andato perduto.
Gli abitanti vivono immersi nei propri riflessi, incapaci di distinguere il presente dal passato: le strade sembrano non condurre mai altrove, le case non proteggono, i monumenti non commemorano ma evocano possibilità irrealizzate. I ricordi dei morti continuano a manifestarsi nei dettagli della città, trasformando lo spazio urbano in un archivio vivente di emozioni, mancanze e identità frammentate.
Attraverso la descrizione di questo luogo sospeso tra realtà e illusione, il testo riflette sulla difficoltà umana di convivere con la perdita e sull’ossessione di cercare se stessi nelle immagini e nei ricordi. La città diventa così metafora dell’interiorità umana: un luogo dove il passato continua a deformare il presente e dove nessuno riesce davvero a vedersi per ciò che è.
CREDITS
Nemo
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«Quando guardi a lungo in un abisso, anche l’abisso guarda dentro di te»
F. Nietzsche
Un giorno l'imperatore dei Tartari e ora esploratore, Kublai Khan, si dilettò nella ricerca delle città narrategli da Marco Polo. Mentre intraprende il viaggio si imbatté in un'anomala città, e incuriosito vi entra. L'esploratore, giunto in questa città in cerca di ciò che non esiste altrove, annotò nel suo taccuino: "Non riesce a vederla e ci è arrivato." Era il suo modo per descrivere il luogo: invisibile nella sua essenza, eppure innegabile nella sua presenza. Chi giunge alle soglie di questa città crede di essere arrivato alla fine di un viaggio, invece è solo l’inizio di una scoperta che non potrà mai dirsi conclusa.
Appena si entra, ciò che colpisce non è l’architettura, ma una imponente gabbia di mura altissime che impedisce la vista dell’interno. Le pareti non sono fatte di pietra, ma sono ricoperte da specchi di ogni forma, logorati dallo sguardo ossessivo di chi cerca risposte. Qui, l’elemento dominante è l’assenza: una piazza senza centro, una porta che non conduce da nessuna parte, spazi vuoti che sembrano presenze ingombranti. È una città costruita attorno a ciò che non c’è più, un archivio vivente dove il passato non scompare, ma si stratifica sugli specchi, deformando il presente.
Ogni mattina, gli abitanti si svegliano tempestati da pensieri che non riescono a contenere. Questi moti dell'animo non restano nascosti: si depositano sulle superfici riflettenti, le attraversano e le incrinano, facendo sì che la città cambi volto continuamente. Le case hanno facciate lisce e fragili, solcate da crepe sottili che moltiplicano i volti in schegge irriconoscibili; gli abitanti non vi abitano all’interno, ma preferiscono trascorrere le giornate a riflettersi, cercando in quelle immagini versioni di sé che la realtà domestica non può offrire.
Le vie sono tortuose e piccole come le rughe di un’anziana signora, piene di vissuto, eppure a chi le attraversa danno la sensazione di rimanere sempre fermo. A ogni passo, il riflesso del viandante lo precede, lo segue o lo supera, mostrandolo a volte più giovane, a volte irrimediabilmente stanco. I morti influenzano la vita dei vivi non come fantasmi, ma attraverso dettagli minimi proiettati come ologrammi: un giardino che fiorisce da solo, un nome inciso a metà su uno specchio, un profumo che riaffiora da un riflesso.
Come Kublai scrisse sul suo taccuino: <<Le case non proteggono, le vie non guidano e i monumenti non ricordano: celebrano solo possibilità>>.
Gli abitanti si muovono con naturalezza tra queste contraddizioni. Parlano al passato come se fosse presente e inseguono immagini perse, sperando in un futuro che è già riflesso. Abitano una soglia, un continuo passaggio tra ciò che è stato e ciò che continua a essere senza forma. Non desiderano lasciare la città perché altrove dovrebbero guardare il mondo, mentre qui possono continuare a guardare soltanto se stessi, pur senza mai arrivare a vedersi davvero.
Ogni città conserva nelle sue pietre e nelle sue tradizioni il riflesso della propria storia (Fabriano come Etrom, come Narcisia, come Nemo…) e ne amplifica la memoria. Si dice che un tempo anche Francesco d’Assisi, passando per queste terre, abbia intuito che ogni città è fatta tanto di ciò che mostra quanto di ciò che trattiene. Ma quando l’esploratore smette di osservare e resta in silenzio, la città sembra dissolversi. Le mura svaniscono e il riflesso scompare, lasciando un interrogativo sospeso nell'aria: questa città esiste davvero, o è solo il peso della realtà che non riusciamo a portare?
In fondo, nessun essere umano è pronto a convivere con ciò che ha perso, o costretto a esistere perennemente davanti a un riflesso di se stesso.