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Quello che non c'è. A Bologna

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Scuola/Classe: Classe 3CR Liceo Roveggio – Liceo Statale Guarino Veronese – Sede di Cologna Veneta

Quello che non c'è. A Bologna

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Cologna Veneta, 15 Aprile

Care Chiara ed Elisa,

 

qualche pomeriggio fa, mentre sistemavo vecchie scatole in soffitta con la nonna Annalisa, ci siamo imbattute in un album fotografico consumato dal tempo. Le pagine impolverate, tra fotografie ingiallite che raccontano la vita della nonna e della nostra famiglia, custodivano ricordi lontani. Io però mi sono fermata su un’immagine in particolare.

«Nonna, chi sono queste ragazze?» le chiesi.

Nella fotografia c’erano due ragazze sorridenti davanti alla vetrina di un negozio. Indossavano entrambe una camicia morbida e colorata, con colletti larghi e bottoni particolari. Alle loro spalle si intravedevano, all’interno della vetrina, un foulard, una borse di cuoio, un cappello, dei guanti e un abito confezionati con stoffa stampate e piccoli oggetti dall’aria straniera. Sul retro della fotografia qualcuno aveva scritto: Bologna, via Oberdan – estate 1975.

La nonna sorrise immediatamente. Accarezzò il bordo della foto e riconobbe sé stessa e la sua migliore amica di allora, Maria.

«Quella fotografia», mi disse, «racconta una storia iniziata molti mesi prima, durante l’inverno del 1975.»

La nonna mi raccontò che frequentavano il quinto anno delle superiori e che la loro classe, venticinque ragazzi in tutto, aveva organizzato una gita d’istruzione a Bologna. Per loro, che venivano da una piccola città di provincia, Bologna sembrava enorme, elegante e piena di cose da scoprire.

Il programma della giornata, redatto dalla professoressa Rossi — la temibile — prevedeva una mostra al mattino e, nel pomeriggio, la visita alla Basilica di San Petronio. Dopo pranzo, la professoressa concesse alla classe quaranta minuti liberi attorno a Piazza Maggiore, con una sola regola: tutti dovevano ritrovarsi davanti alla basilica alle 14:50 precise.

Appena terminato il pranzo, la classe si sparse in piccoli gruppi tra le vie del centro. La nonna Annalisa e Maria, armate della macchina fotografica di Maria, decisero invece di esplorare via dell’Indipendenza alla ricerca di scorci da immortalare.

Camminavano senza fretta sotto i portici, fermandosi davanti alle librerie, osservando le persone e deviando continuamente per curiosità. Fu così che, senza rendersene conto, si allontanarono troppo.

A un certo punto si fermarono entrambe.

«Secondo te dove siamo?» domandò Maria guardandosi attorno. Non vedevano più nessuno dei loro compagni. Le strade sembravano tutte uguali e i portici infiniti. Guardarono l’orologio: non era tardissimo, ma abbastanza da iniziare a preoccuparsi.

Pensarono allora di chiedere indicazioni a qualche negoziante. Era però l’ora della pausa pranzo e quasi tutte le serrande erano abbassate.

Poi, in fondo a una strada, videro un piccolo negozio ancora aperto.

Una ragazza usciva e rientrava continuamente dalla porta, sistemando la vetrina con grande attenzione. Aveva bellissimi capelli mossi e lucenti, grandi orecchini argentati e indossava un lungo abito a trapezio stampato a righe che non avevano mai visto addosso a nessuno.

Si avvicinarono timidamente. «Scusi… potrebbe dirci dove siamo? Piazza Maggiore è lontana da qui? Sa, ci siamo perse e per di più siamo un po’ di fretta» chiese la nonna.

Lei sorrise subito.

«Siete in via Oberdan, quasi all’angolo con via Rizzoli. Piazza Maggiore non è lontana, ma se volete arrivare in tempo dovete partire subito.»

Stava parlando, ma la verità è che la ascoltavano a metà. Erano rimaste ipnotizzate dalla vetrina.

C’erano stoffe dai colori intensi, camicie ricamate, cinture di cuoio, bottoni smaltati, collane, borse e oggetti che sembravano provenire da un altro mondo. In quegli anni, nei negozi delle loro città, non si vedeva nulla di simile. «Possiamo entrare un momento?» domandò Maria.

La ragazza sorrise e fece loro cenno di entrare.

«Solo un momento» dissero le ragazze quasi sottovoce.

Entrarono lentamente, osservando ogni dettaglio. Le chiesero da dove arrivassero quei vestiti e accessori così particolari.

«Molti li porto da Londra» spiegò. «Prendo l’aereo quasi una volta al mese e torno con la valigia piena di abiti, tessuti e accessori. Gli altri capi e accessori invece li realizziamo qui con l’aiuto di una sarta utilizzando tessuti che sono pezzi unici.»

Per loro Londra era quasi un luogo mitologico. Ascoltavano ogni parola come se stesse raccontando un’avventura.

Poi Maria guardò l’orologio e sbiancò.
«La professoressa Rossi ci ucciderà.»

La ragazza scoppiò a ridere.

«Allora dovete davvero correre.»

Prima che uscissero, però, sparì nel retrobottega e tornò con due piccoli pacchetti avvolti nella carta marrone.

Sopra scrisse l’indirizzo del negozio e un numero di telefono.

«Tenete» disse porgendoglieli. «Sono dei pezzi di tessuto e alcuni bottoni che ho portato da Londra questo mese.»

Loro rimasero senza parole.

La ringraziarono mille volte e uscirono correndo sotto i portici, voltandosi ancora una volta verso quella vetrina che sembrava la più bella del mondo.

Riuscirono ad arrivare davanti a San Petronio trafelate ma puntuali, appena prima dell’appello della professoressa Rossi.

Quando la nonna terminò il racconto, io continuavo a guardare la fotografia.

«E poi?» le chiesi.

Lei sorrise.

«Poi io e Giorgia restammo in contatto.»

Così si chiamava la ragazza del negozio.

Attraverso l’indirizzo scritto sulla carta che avvolgeva i tessuti e i bottoni londinesi, la nonna Annalisa e Maria iniziarono a scrivere lunghe lettere a Giorgia. Per mesi la loro corrispondenza fu piena di racconti, schizzi, ritagli di giornale e sogni.

Giorgia raccontava loro delle sfilate e dei party esclusivi organizzati a Londra, una città che in quegli anni sembrava il centro del mondo. Parlava dei giovani che riempivano le strade con abiti eccentrici, della musica che usciva dai locali, delle luci notturne, dei mercatini e delle boutique rivoluzionarie. Londra godeva di una fama immensa per il suo stile di vita libero e creativo e, leggendo quelle lettere, Annalisa e Maria immaginavano Giorgia lassù, sospesa tra quella città e il cielo.

«Secondo noi», raccontò la nonna ridendo, «quando volava a Londra aveva già tutto là su e non voleva più scendere.»

Lei e Maria dicevano che Giorgia era come gli abitanti della Bauci di Calvino, così lontani dalla terra da sembrare appartenere a un altro mondo.

Eppure, grazie a Giorgia, quello che sembrava un universo fantastico e irraggiungibile iniziò lentamente ad apparire possibile anche a due ragazze italiane di provincia.

Attraverso i tessuti che arrivavano dall’Inghilterra, i racconti delle sfilate e gli oggetti esposti nella vetrina di via Oberdan, la speranza iniziò a crescere non solo in Annalisa e Maria, ma anche in tutte le ragazze che si fermavano davanti a quel negozio.

La vetrina allestita da Giorgia sembrava un cannocchiale puntato direttamente sulla città di Londra.

Dentro si potevano vedere la moda e la cultura di quegli anni; si poteva persino sentire la musica inglese che usciva dal negozio e si mescolava ai rumori della strada bolognese.

«Non riuscivi a vederla, ed eri arrivata; eri a Bologna ma, in realtà, grazie a Giorgia eri a Londra.»

Per mesi Annalisa e Maria conservarono il tessuto senza sentirsi ancora pronte a usarlo davvero. Lo tenevano piegato con cura dentro una scatola, insieme ai bottoni di Biba, il celebre negozio londinese diventato simbolo della rivoluzione culturale degli anni Sessanta e Settanta.

Ma quando arrivò l’inizio della primavera decisero che quello sarebbe stato il momento perfetto per provarci davvero.

Prima di iniziare passarono giorni interi a cercare ispirazione. Sfogliavano vecchie riviste di moda, osservando le fotografie degli outfit dei giovani londinesi immortalati nei servizi delle loro riviste musicali preferite. A volte ripensavano anche alle persone incontrate quel giorno d’inverno a Bologna, al modo in cui ciascuno sembrava esprimere la propria personalità attraverso gli abiti.

Passavano interi pomeriggi a disegnare schizzi, scegliere tagli moderni e cucire con pazienza.

Dopo vari tentativi riuscirono a realizzare due capi originali: due camicie semplici dal taglio maschile morbido, nelle quali i veri protagonisti erano i tessuti colorati e i bottoni inglesi regalati da Giorgia.

Curiose di sapere cosa ne pensasse, decisero che era arrivato il momento di tornare nel negozio da cui tutto era iniziato.

Scrissero a Giorgia per chiederle se potessero passare a trovarla.

Si misero d’accordo per il 5 giugno 1975.

Quando arrivarono, Giorgia le riconobbe subito.

Osservò attentamente le camicie, toccò le cuciture, studiò i dettagli e sorrise.

Colpita dall’impegno, dall’originalità e dalla cura con cui avevano lavorato, insieme agli altri collaboratori del negozio propose alle ragazze di diventare apprendiste.

 

Quella vecchia fotografia del giugno 1975 mostrava proprio l’inizio del loro impiego estivo presso il negozio di Giorgia Schvili, nel centro di Bologna.

Assunte come apprendiste tuttofare, il loro lavoro iniziale era tutt’altro che glamour: raccogliere spilli da terra, imbastire orli semplici e preparare il caffè per le sarte senior.

Eppure Annalisa e Maria condividevano qualcosa di più forte della fatica: un legame profondo e una passione travolgente per il disegno e i tessuti.

Di giorno eseguivano i compiti più umili con precisione quasi maniacale, ma la sera, quando l’atelier si svuotava, restavano di nascosto a osservare i cartamodelli e a sperimentare con i ritagli di seta e velluto lasciati sul pavimento, inconsapevoli di ciò che le aspettava nel futuro.

Durante quei mesi impararono a creare bozzetti, a conoscere e abbinare i materiali, a scegliere i tessuti e perfino a comporre abiti interi. Giorgia insegnò loro a osservare i dettagli, a capire come un colore potesse raccontare un’emozione e come un semplice bottone potesse trasformare un vestito in qualcosa di unico.

Uno dei capi più importanti e caratteristici che nacquero da quell’esperienza fu proprio la camicia ricamata a disegno continuo, ampia e coloratissima, ispirata allo stile londinese che Giorgia voleva portare anche in Italia.

Il suo sogno era raccontare attraverso i vestiti quella libertà creativa e quella rivoluzione giovanile che avevano trasformato Londra negli anni Sessanta e Settanta.

La nonna si fermò un momento prima di continuare.

«Sai, Rebecca… quei mesi ci fecero capire chi volevamo diventare.»

Ed era vero.

Maria, negli anni successivi, diventò una famosa critica di moda. Scriveva articoli e raccontava le sfilate in modo semplice e appassionato, rendendo quel mondo accessibile anche a chi non aveva mai avuto l’occasione di conoscerlo.

La nonna Annalisa, invece, diventò stilista.

E in modo quasi incredibile, molti anni dopo, il suo brand collaborò proprio con Giorgia Schvili, la ragazza incontrata per caso durante una gita scolastica.

Guardai ancora la fotografia.

Le due ragazze sorridevano davanti alla vetrina senza sapere cosa le aspettasse nel futuro.

E forse era proprio questo il dettaglio più bello.

Perché a volte la vita cambia direzione nei momenti più semplici: una strada sbagliata, una vetrina osservata per caso, una città sconosciuta e qualcuno disposto ad aprirti una porta.

Care cugine quando ci vedremo a casa della nonna vi mostrerò la fotografia e poi vi farete raccontare dalla viva voce della Nonna questa storia affascinante che è rimasta per decenni chiusa in una scatola in soffitta.

 

A presto

Vostra Rebecca