racconti
Fette biscottate il 7 luglio 2017
Un racconto liberamente ispirato dall’esplorazione del fondo del regista Francesco Rosi e in particolare dal film "Le mani sulla città" (1963).
Il crollo della casa di Samuele, bambino di otto anni, è al centro di questa storia ingiusta e spietata dove gli interessi dei potenti contano più delle vite di chi è costretto a vivere in case costruite con "troppa sabbia e troppa poca anima".
CREDITI
Documenti di lavorazione del film "Le mani sulla città" (Francesco Rosi, 1963), dal Fondo Francesco Rosi - Archivio Storico del Museo Nazionale del Cinema
Fette biscottate il 7 luglio 2017
-----
Il mio nome è Samuele, ho 8 anni e vivevo in una casa grigia davanti al mare blu.
La mia famiglia è composta da mamma Anna, papà Pasquale e mia sorella Francesca.
La nostra casa non era nè grande nè piccola, un appartamento come tanti altri in un palazzo come tanti altri. La mia camera era vicino ai binari, la sera quando mi mettevo a dormire ascoltavo il suono dei treni sulle rotaie come fosse una ninna nanna, immaginando di essere il capotreno. Tum - tum - tum - tum - tum.
La mia casa però era speciale, bastava scendere per un centinaio di metri e si arrivava al mare, dove la sabbia è nera come il carbone.
Qui le stelle si vedono di rado, solo quando la luna è abbastanza scura si vede qualche luce nel cielo scuro. Quando l’aria iniziava a raffreddarsi la mamma in cucina accendeva i fornelli e cucinava la pasta mescolando il sugo con un grande mestolo.
Nel buio della mia stanza invece tutto assumeva la stessa forma, solo la lucina in fondo illuminava timidamente la sera. Prima di andare a dormire fissavo il soffitto, mi sembrava un grosso quadrato nero. Alzavo il braccio come per toccarlo, come se improvvisamente potessi trasformarmi in un gigante grande e grosso e occupare tutta la stanza.
Nella mia cameretta da qualche mese c’era una grossa crepa in un angolo del soffitto. Si allargava come i rami di un albero e spostava l’intonaco, che ogni tanto cadeva come dei grandi e pesanti fiocchi di neve. Quando papà la notò si arrabbiò molto, rimase al telefono per qualche ora. Parlava ad alta voce e fissava la crepa, come se potesse ripararla con gli occhi. Riuscivo talvolta a origliare qualche parola: controlli, documenti, fondamenta…
La verità è che la nostra era una casa con i muri di fetta biscottata, si sbriciolavano con poco, come quando la mattina le rompi spalmando la marmellata.
Era un palazzo anziano, ogni giorno di più in difficoltà, come se faticasse a tenersi in piedi.
Un giorno in spiaggia un’amica della mamma si mise a chiedere più dettagli.
“Anna, ma l’ingegnere l’hai chiamato? Non è normale, dovete fare qualcosa.”
Sembrava preoccupata, ma le sue parole si persero tra le voci dei bagnanti di giugno.
Una sera non riuscivo a dormire, continuavano a venirmi a trovare tanti pensieri.
Pensavo ai miei programmi per l’estate, al rumore dei treni in lontananza, alla nostra casa di fette biscottate a cento metri dal mare. Fissavo il buio del soffitto, un quadrato nero che sembrava così lontano, a ogni respiro si faceva più vicino. Sentivo il rumore dei treni farsi più vicino. Tum-tutum-tutum-tum.
Finché anche il soffitto non si fece più vicino. Finché le fette biscottate non ressero più e intorno a me divenne tutto buio e macerie.
Ci risvegliammo in uno stanzone pieno di scaffali. L’aria sapeva di polvere e carta vecchia. Sopra di noi lampade lunghe tremavano, facendo un rumore elettrico continuo. Per qualche secondo pensai di stare sognando, uno di quei sogni strani che fai quando hai la febbre.
Intorno c’erano centinaia di scatole grigie, tutte ordinate una sopra l’altra con etichette consumate e scritte nere sbiadite. Alcune riportavano nomi di film che non conoscevo, altre solo numeri. Mamma era seduta accanto a me, col viso coperto di polvere bianca.
Francesca piangeva in silenzio stringendole il braccio, mentre papà fissava confuso lo stanzone. C’era un grosso cartello con scritto “Archivio storico”, in giro per la stanza tavoli pieni di fogli sottolineati a cui mamma e papà si avvicinarono.
Sopra c’erano raccontate tante storie come la nostra, su tante altre case di fette biscottate.
A un certo punto mamma e papà si misero velocemente a controllarli uno ad uno.
Iniziarono a volare giornali e fogli, come quando l’ultimo giorno di scuola tutti i bambini fanno volare i loro quaderni per le scale.
Non la smettevano di prendere in mano quelle pagine ingiallite, leggere le prime frasi che vi trovavano stampate, per poi stracciare quegli articoli e buttarli via tra uno sbuffo nervoso e qualche lacrima esasperata.
Stavano cercando qualcosa tra quei giornali: una parola perduta, un'immagine, una risposta che desse una spiegazione al crollo che ci aveva portato via tutto.
Mi misi sotto a un grande tavolo che occupava il centro della stanza, iniziando a raccogliere tutti gli stralci di giornale che trovavo intorno a me. Mi sentivo un esploratore, che cercava la verità.
Riaprii un foglio che portava in cima il nome di “Aldo De Jaco”.
Sotto, un'immagine catturò la mia attenzione: riprendeva Napoli. Si vedevano tantissimi palazzi rovinati, con quelle impalcature che erano lì da così tanto tempo da esser diventate parte dell’architettura stessa dei quartieri. Tra le rovine svettava lui: il grattacielo di via Medina!
Una volta ero stato a Napoli e l’avevo visto anche io, mi domandai come fosse possibile costruire un gigante di vetro e cemento mentre i palazzi dove abitava la gente comune rimanevano imbrigliati nei tubi. De Jaco parlava di quel grattacielo come un simbolo dell’industrializzazione, dei nuovi posti di lavoro nelle fabbriche per i napoletani.
Sembrava che Napoli stesse disperatamente rincorrendo le grandi città.
Eppure da quando quei grattacieli erano comparsi a ogni treno che passava le pareti della nostra casa tremavano sempre di più. Su un foglio lessi: “Non parlare male di Napoli!”.
Lo dissero i napoletani a Giovanni Russo, quando iniziò a scrivere la sua inchiesta.
Sia i napoletani dei vicoli con le impalcature, sia quelli del grattacielo di via Medina.
Com’era possibile? Vivevano una vita così diversa!
Tra quelle carte sembrava così tangibile la differenza.
Tra quei signori napoletani c’erano i responsabili di Palazzo San Giacomo, che dovevano rispondere alle denunce. Una di quelle fu portata avanti da Guizzi, il quale si accorse che le cifre dei pagamenti dovuti alle ditte costruttrici venivano gonfiate dopo che lui aveva già chiuso i conti, chiedendo rimborsi pubblici per lavori mai eseguiti. A quanto pare però questi signori si vergognavano moltissimo e avevano deciso così di inventare il cosiddetto “sistema delle porte chiuse”: nessuno sarebbe mai venuto a conoscenza di queste irregolarità.
In fondo a tutti quei documenti ne trovai una manciata sulla faida tra la DC e la giunta di Achille Lauro: una battaglia politica senza fine, combattuta a colpi di dossier e denunce alla Procura. Da un lato c’era il "comandante" Lauro, che usava l'Ufficio Tecnico come un feudo personale per distribuire permessi edilizi in cambio di voti; dall’altro la Democrazia Cristiana, che dai banchi dell'opposizione urlava allo scandalo, non per proteggere la città, ma solo per strappare ai rivali il controllo dei suoli e dei milioni della Cassa del Mezzogiorno. Si accusavano a vicenda di "dittatura amministrativa" e di favorire ditte amiche, trasformando ogni seduta a Palazzo San Giacomo in un mercato come quello del mio quartiere.
Mio padre aveva gli occhi fissi nel vuoto, sembrava che il crollo non avesse buttato giù solo i muri di fette biscottate della nostra stanza, ma anche lui stesso, svuotandolo da dentro e lasciando solo una sagoma d'uomo riempita di polvere.
Uscii da sotto il grande tavolo, stringendo ancora tra le mani alcune inchieste.
Volevo mostrargliele, dirgli che avevo trovato il motivo per cui la nostra casa era venuta giù. Volevo fargli leggere i nomi dei colpevoli, dei signori di Palazzo San Giacomo.
Mio padre aveva smesso di cercare, le braccia gli caddero lungo i fianchi.
Quando mi avvicinai e gli porsi il foglio ingiallito, lui non lo prese.
Lo guardò appena, abbassò gli occhi sui miei piedi neri di fuliggine e macerie. «Non serve a niente, Samuele!», disse arrabbiato, con le lacrime agli occhi, «Non serve a niente! Lì sopra non ci siamo noi. Ci sono solo loro.»
Mia mamma gli mise una mano sulla spalla, lo consolò: “Non riesce a vederlo ed è arrivato alla fine della ricerca. La nostra vita è stata barattata in una stanza buia, tra un voto monarchico e una firma della DC. Mentre litigavano per chi dovesse avere le mani sulla città, non si sono accorti di averci lasciato addosso la polvere di un palazzo che non riusciva più a stare in piedi.
Non c’è più niente da cercare”.
Fu in quel momento che capii una cosa. Capii che quando un palazzo viene giù, fa un rumore tremendo. Un boato che si sente fino al mare, che fa tremare i vetri delle altre case e sveglia i bagnanti. Ma un secondo dopo quel boato c’è un silenzio ancora più grande.
Un silenzio fatto di parole difficili, che non assomigliano per niente a quelle che usavamo noi a tavola mentre la mamma girava il sugo col mestolo.
Mi rimisi a guardare i fogli che avevo raccolto. Più leggevo e più mi rendevo conto che le parole scritte dai giornalisti e dai giudici erano come un muro sottile che veniva costruito sopra le nostre macerie per nasconderci un’altra volta. “Coefficienti di stabilità", "Collaudi strutturali", "Speculazione edilizia", "Varianti al piano regolatore". Parole fredde, geometriche.
Sembravano scritte da persone con le mani bianche che non avevano mai toccato o vissuto la nostra casa di fette biscottate.
Non c’era spazio per la paura che avevamo provato quando la crepa nell'angolo del soffitto si era allargata, diventando simile a un ramo nero che cercava di afferrarci nel sonno.
La nostra voce non c’era. Era rimasta sotto il palazzo crollato, schiacciata dal peso del cemento magro, quel cemento fatto con troppa sabbia e troppa poca anima, avanzato dai grandi cantieri dei grattacieli e venduto sottobanco per costruire i palazzi della povera gente.
Era vero: ero arrivato alla fine, e non c’era più nulla da cercare.