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Non riesce a vederla ed è arrivato
Nel nostro mondo iper-tecnologico, convinti di aver raggiunto l'apice del progresso, liquidiamo come "storiella popolare" qualsiasi miracolo che non possiamo controllare. È con questa arrogante cecità che l'umanità cammina da secoli sopra Adélon, una città leggendaria nascosta tra le montagne della Cappadocia, custode di una scienza prodigiosa capace di azzerare la fame e la sofferenza. Ma per l'archeologa Eckelmann, quella terra non è un mito: è l'unica via di fuga da una modernità che avverte come una gabbia.
Spinta da un istinto viscerale, la professoressa decide di sfidare lo scetticismo della scienza ufficiale e di mettersi in viaggio. Ma cosa succede quando scopre che la civiltà perduta non è svanita, ma si è scientemente cancellata dalle mappe per proteggersi dalla nostra stessa avidità?
Se il progresso che guarirebbe il mondo è anche il fuoco che potrebbe distruggerlo, la conoscenza è un dono da condividere o un segreto da seppellire? Siamo davvero la specie evoluta che crediamo di essere, o siamo ancora i barbari da cui la verità deve nascondersi?
Non riesce a vederla ed è arrivato
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“Non riesce a vederla ed è arrivato”. La professoressa Eckelmann rilesse per la ventesima volta quella riga, tracciata con un inchiostro ormai sbiadito sul margine del frammento alessandrino. Intorno a lei, il silenzio della Biblioteca Krypteleia era interrotto solo dal fruscio delle pagine e dal ticchettio della pioggia. L'annotazione, trascritta dall’antico canto di un aedo, non si riferiva a un uomo smarrito, ma a chiunque avesse mai cercato la leggendaria città di Adélon. Eckelmann si tolse gli occhiali, massaggiandosi le tempie; quella frase era un paradosso, un indovinello crudele che non era mai stato risolto né dai condottieri romani né dai Giannizzeri turchi. Quantomeno i commentarii convergevano tutti sullo stesso identico punto geografico nel cuore della Cappadocia. Chiunque si fosse spinto fin laggiù, avrebbe trovato solo sabbia e pietra.
Non era una questione di coordinate, capì d'un tratto la professoressa Eckelmann. La città era lì. Doveva essere lì. I piedi di quei ricercatori che l'avevano derisa per anni stavano calpestando la sua terra proprio in quel momento, senza capire. C'era qualcosa, un inganno ottico durato troppo tempo, una barriera, o più semplicemente la patetica cecità di chi non sa guardare oltre il proprio naso, che impediva di scorgerla. Ma lei no, non dubitava.
C’era una leggenda che narrava l’esistenza di questa civiltà perduta, che gli storici screditavano come una misera leggenda popolare: tra le montagne più lontane e difficili da attraversare, esisteva una città capace di portare innovazione e cambiamento nel mondo. Non si trattava solo di progresso materiale, come nuove tecnologie o invenzioni, ma di qualcosa capace di migliorare la vita delle persone in modi prodigiosi. Eckelmann non riusciva a ignorare quella storia: doveva partire per tentare di recuperare quel progresso. Decise così di lasciare tutto e mettersi in viaggio, guidata soltanto dalla leggenda e dal suo istinto.
Mesi dopo, si trovava dentro ad un paradosso: aveva finalmente lasciato il mondo moderno che considerava una nuova forma di schiavitù, dove gli individui erano soggiogati da una tecnologia venduta come progresso.
Cercava il vero cambiamento, quello che la leggenda attribuiva ad Adélon: un'evoluzione capace di migliorare la vita, non di intrappolarla. Nonostante avesse scalato montagne ripide, affrontato tempeste di sabbia e solitudine, la professoressa continuò a cercare. A un certo punto raggiunse una zona apparentemente vuota: un sinuoso canyon, senza segni evidenti di vita o costruzioni. Stanca, ma determinata, iniziò a camminare lì, convinta che fosse solo un altro luogo da attraversare.
Senza riuscire a vederla, però, era già arrivata. Sotto i suoi piedi infatti si estendeva proprio la città che cercava. Gli antichi abitanti, per proteggerla da una guerra devastante, l’avevano nascosta, coprendola e rendendola invisibile al mondo esterno. Gli esploratori per anni ci avevano camminato sopra, cercando qualcosa che avevano già trovato.
D’un tratto però, una folata di vento disperse la nebbia che lambiva le montagne. Felice di rivedere i raggi del sole dopo giorni di viaggio, guardò verso l’alto e scorse delle strutture e delle scanalature nei fianchi dei monti. Intrigata, si avvicinò per osservare più attentamente e passò le dita sulla parete rocciosa. Fu proprio in quel momento che si rese conto che la pietra sotto i suoi polpastrelli era cava. Incuriosita si sporse verso una delle cavità. Sopraffatta dall’interesse, inciampò e cadde al suo interno. Una volta ripresa coscienza si rese conto di essere in un letto metallico, che ricordava quello di un ospedale, ma all’interno di una stanza interamente scavata nel tufo bianco. Era un ambiente asettico, privo di schermi o tecnologie moderne. Cercò di alzarsi, ma un uomo la fermò con decisione. Aveva la pelle segnata dal sole e occhi grigi, incredibilmente lucidi. Confusa, la dottoressa gli chiese chi fosse. Si chiamava Hermes ed era colui che l'aveva raccolta dal fondo del canyon.
«Riposati, forestiera», disse l'uomo.
«E dove mi hai portata? Questa…questa è Adélon?» domandò lei, stringendo le coperte ruvide. In quel momento ebbe l’illuminazione: Adélon, secondo Anassimandro, significava “non è la metà che vedi, ma è la parte nascosta che non puoi vedere”
Hermes accennò a un mezzo sorriso, un'espressione enigmatica. Non rispose direttamente alla domanda. Si limitò a sollevare la lampada a olio in terracotta che aveva posato sul tavolo, muovendola leggermente. La fiamma oscillò, proiettando ombre lunghe sulle pareti di roccia.
«Noi non la chiamiamo con quel nome», rispose con voce bassa, quasi a non voler svegliare i segreti di quel posto. «Quello è solo il modo in cui i vostri filosofi cercano di dare un senso a ciò che non possono comprendere. Chi vive qui la chiama in un altro modo.»
Lui si interruppe per un istante e il tono della sua voce si incupì.
«Non siamo finiti qui per un capriccio del destino o per una catastrofe naturale», disse, guardandola dritta negli occhi. «Ci siamo nascosti. È stata una scelta. Una ritirata strategica.»
Fece una breve pausa, permettendo alle parole di depositarsi nella stanza.
«La nostra civiltà era assai progredita rispetto al resto del pianeta. Avevamo compreso leggi della fisica che voi state sfiorando solo ora, sviluppato tecnologie e fonti di energia che avrebbero potuto cancellare la fame e la fatica dal mondo. Eravamo fieri del nostro progresso, ma eravamo anche ingenui. Pensavamo che la conoscenza portasse pace. Ci sbagliavamo.» Si notava una nota di risentimento nella sua voce.
«Le popolazioni che stavano crescendo intorno a noi, i regni che si stavano espandendo con il ferro e con il sangue, non vedevano la nostra scienza come uno strumento di crescita, ma come un’arma potente. Volevano le nostre innovazioni per alimentare le loro macchine belliche. Volevano lucrare sulla nostra tecnologia per dominare i propri simili. Ci davano la caccia per strapparci i nostri segreti.»
Si alzò in piedi, cominciando a camminare lentamente nella stanza, con le mani dietro la schiena.
«La svolta, arrivò quando i nostri osservatori videro ciò che accadde ad Alessandria d'Egitto. Videro divorata la Grande Biblioteca: la conoscenza del mondo antico ridotta in cenere dall'ignoranza e dai giochi di potere degli uomini. Capimmo che il resto del mondo non era pronto, che avrebbe usato il nostro sapere per autodistruggersi o che lo avrebbe bruciato se non fossero riusciti a controllarlo.»
Si fermò di fronte a lei ma lo sguardo era pieno di una melanconica nostalgia.
«Così, prima che l'avidità dei vostri imperi potesse raggiungerci e corrompere ciò che avevamo creato, abbiamo deciso di nasconderci sotto un manto di terra. Abbiamo eretto una barriera impenetrabile sfruttando le nostre stesse scoperte, tagliando ogni canale di comunicazione con l'esterno. Ci siamo cancellati dalle vostre mappe e dai vostri radar, sprofondando in un isolamento totale e irreversibile. Voi avete continuato a fare le vostre guerre in superficie, convinti che la storia fosse esclusivamente vostra. Ma noi eravamo qui sotto, a custodire il fuoco che avevate cercato di rubarci.»
Trent'anni. Tanto era durata di Ecklemann dentro la perfezione di quel mondo sotterraneo. Era entrata che era poco più che trentenne, mossa dalla curiosità; ne usciva a sessanta, con i capelli segnati dal tempo e la consapevolezza profonda di chi ha amato oltre i confini del proprio mondo.
Accanto a lei camminava suo marito, figlio di quella civiltà, aveva lo sguardo fisso davanti a sé, intento a metabolizzare un sacrificio immenso: abbandonare la stabilità immortale della sua gente per amore di lei. Dietro di loro c'erano i figli, nati e cresciuti tra quelle architetture perfette, ragazzi che non avevano mai visto una nuvola o provato il brivido di una febbre, e che ora la seguivano con un misto di terrore ed eccitazione. Non se ne andavano per egoismo o per noia. Il suo era un calcolo disperato, un ultimo, grandioso gesto altruista.
Per tre decenni aveva studiato la loro scienza e assimilato le loro scoperte. Ogni notte, guardando la sua famiglia protetta in quella gabbia dorata, il pensiero andava alla superficie, che collassava sotto il peso delle carestie, delle malattie incurabili, delle risorse energetiche ormai agli sgoccioli. Custodire quel sapere solo per se stessi, mentre l'umanità si avviava verso l'estinzione, le sembrava un crimine intollerabile.
«La conoscenza non appartiene a chi la nasconde, ma a chi ne ha bisogno», aveva detto a suo marito la sera prima. E lui, nonostante la paura di ciò che i "barbari" della superficie avrebbero potuto fare, aveva acconsentito. Voleva contribuire a salvare il suo mondo.
Il cammino attraverso i cunicoli di pietra fu un lento addio all'oscurità geometrica di Adélon. L'uscita della grotta apparve come una ferita.
Quando l’attraversò, la luce del sole la investì: fu un impatto doloroso per i loro occhi abituati alla penombra. Sentì il sussulto di suo marito e il respiro spaventato dei figli. Sotto le suole delle scarpe non c'era più il pavimento levigato e caldo della loro casa, ma fogliame secco che scricchiolava a ogni minimo movimento.
Filtrando la luce attraverso le dita, aprì lentamente gli occhi. Il cielo sopra di loro era di un azzurro immenso, il vento le accarezzava il viso e le muoveva i capelli brizzolati. Più in là, oltre la linea dei boschi, l'orizzonte era segnato dal fumo lontano di una città industriale.
Aveva portato con sé il fuoco degli dei per donarlo agli uomini, proprio come Prometeo. Ma mentre guardava il profilo fumoso della civiltà in lontananza, e sentiva la mano tremante di suo marito stringere la sua, una morsa di dubbio le strinse il cuore. Avrebbero usato quel progresso per curarsi, o lo avrebbero trasformato nell'ennesima, definitiva arma di distruzione? Aveva appena salvato la superficie o aveva condannato la sua stessa famiglia?
Fece un lungo respiro in quell'aria contaminata, e mosse il primo passo verso l'ignoto.