Descrizione
Attraverso le carte e i libri conservati dalla Fondazione Memoria della Deportazione proviamo a chiederci come vedevano il futuro gli uomini e le donne che erano rinchiusi nei Lager.
A ottant’anni dalla “liberazione” dei Lager, i ricordi del maggiore americano Timothy Brennan che entrò a Ebensee il 6 maggio 1945, ci aprono una pista per ritornare a meditare su una celebre frase del narratore di Se questo è un uomo di Primo Levi: “il Lager è fame, noi siamo fame vivente”. E da lì ripartire per riflettere su come una ricetta può diventare la pista per sabotare la logica di violenza del Lager e trovare la via per immaginare il futuro.
Come molti deportati e deportate, o forse tutti e tutte, hanno sognato di tornare e raccontare, così molti e molte o forse tutti e tutte, hanno raccontato una ricetta o descritto un piatto a un compagno reso numero dalla logica nazista. Se la sottrazione del cibo rende esplicito e visibile lo sguardo nazista che rende “l’uomo cosa agli occhi dell’uomo”, condividere il ricordo del cibo fatto con cura è innanzitutto vedere nel proprio compagno o nella propria compagna di deportazione non una cosa, ma un futuro commensale con cui scambiare tempo, discorsi, vita.
Nelle ricette scambiate, ricordate, sognate dentro il lager il futuro si è allora rispecchiato non come valori da imporre, di regole immortali, ma nella semplicità dei colori di tutti i giorni, dei ritmi che servono a prendersi cura, dei rumori del fare per stare bene insieme, dell’immaginazione per sognare anche al posto di chi non è tornato.